il paradosso del lavoro

Chiedo scusa alle persone che controllano regolarmente il mio blog, se non ho scritto niente per tanto tempo. Ero occupata con cose di cui non sapevo che dire pubblicamente: finire il romanzo, soprattutto, andare in giro per lauree (l’ultima, di mia sorella a Firenze, andandoci siamo rimasti bloccati in autostrada sull’Appenino tra chilometri di tir, a uno dei quali è scoppiata una gomma, facendo finire enormi rotoli di carta sull’autostrada e costringendo tutti ad aspettare che la strada venisse ripulita. Intanto altri camionisti bloccati sulla piazzola di sosta ci offrivano dolci e vino, e si lamentavano: nessuno fa i controlli per garantire la sicurezza, le strade sono pericolose, e questa è troppo stretta. Ne stanno costruendo un’altra più in là: altri piloni di cemento gettati nel vuoto, altri buchi nelle montagne, altre cave, come sono brutte le cave, mostruosi, insanabili morsi agli Appennini… a me i camionisti stavano molto simpatici, però possibile che le strade non bastino mai? la mattina faccio colazione con le brioche al bar: quelle di sicuro non hanno attraversato l’Autostrada del Sole.)

E poi, sono di nuovo al punto di dover cercare un lavoro, perché più è difficile stare qui, a Udine intendo, più mi convinco di dover restare, anche se potrei proprio non farcela. Ma andarmene, in questo momento, sarebbe una sconfitta. Quindi: di nuovo alla ricerca di un lavoro per sopravvivere. Quella del lavoro è una cosa proprio interessante.
Il lavoro è un diritto, è il pilastro su cui si fonda la nostra repubblica, nobilita l’uomo (e la donna)… va bene. Ma cosa vuol dire, lavoro? Vuol dire dare un contributo alla collettività, in cambio di contributi altrui. Hai fame? Io coltivo le cipolle e te le do, tu magari mi curi la figlia, oppure io faccio ricerca così poi tu sai più cose senza dovertele scoprire di persona, e tu mi prepari quel vestito che mi piace tanto… eccetera.
Il paradosso è che a noi, e per noi intendo Friuli, Italia, Europa, non è tanto che mancano queste cose, che non abbiamo cipolle, vestiti, o ospedali (qui magari il discorso si complica), ma che, soprattutto con la crisi, non abbiamo lavoro! Com’è possibie? Vedete gli operai cassintegrati che protestano: non dicono mancano calze, occhiali o automobili, dicono: non ce le fanno fare a noi, le vanno a fare in Cina, o nei Balcani. Eppure, basta guardarci intorno: siamo circondati da automobili anche di lusso, il centri commerciali straripano di calze che la gente continua a comprare, e tutti adesso indossano quegli orribili occhiali da sole quadratondi che sono tornati di moda, e che qualche anno fa non metteva nessuno, e da dove vengono? Il settore edile è fermo, protestano veementemente i lavoratori del settore edile, pretendendo che riparta. Peccato che abbiamo già cementificato molto più del necessario, e a Udine ci sono così tante case che non si riescono a vendere. Ma chi se ne frega! Facciamo ripartire il settore edile!!!
Intanto la gente nel resto del mondo fa la fame o vive in miseria, magari la stessa che fa gli occhiali, le calze o le automobili.
Attenzione: Gaia ha scoperto l’acqua calda! Le disuguaglianze globali!
Non ho la soluzione, ovviamente, nè la pretesa di dire qualcosa di originale. Però non ne posso più di sentir dire (anche dai sindacati, solitamente), che bisogna far ripartire l’economia, ricominciare a produrre, riaprire le fabbriche… “diamo qualcosa di inutile da fare a tutta questa brava gente, se no non mette sul tavolo la cena la sera”. “Abbiamo tanta roba che non sappiamo che farcene, ma facciamone ancora, se no gli operai vanno a piangere in televisione!”
Ridistribuzione è la parola d’ordine, ecco cosa voglio dire. Lotta all’evasione, agli stipendi d’oro, agli sprechi. Lavorare meno, produrre meno, consumare meno, vivere meglio, TUTTI. Il pianeta non basta per soddisfare i capricci consumistici di ognuno, questo è innegabile. Quindi è inutile continuare a incoraggiare il consumismo perché crea lavoro. Poi bisognerà smaltire i rifiuti tossici, litigarsi le miniere, stare senz’acqua perché è finita nei campi e nelle fabbriche, inquinare l’aria, smontare le montagne… perché bisogna creare lavoro, il Dio Lavoro. E se i consumi totali possono arrivare solo fino ad un certo livello senza distruggere il pianeta, il che è innegabile, le cose sono tre: o accettiamo disuguaglianze mostruose, o redistribuiamo le risorse, autoimponendoci la sobrietà, il riuso, il riciclo, o… la terza non la dico.
Ora vengo alla mia situazione personale. Ultimamente ribollisco di idee, e sento di poter dare veramente un grosso contributo alla società, che è appunto il senso del lavoro. Eppure, negli ultimi anni, tutte le cose più utili, originali ed importanti che ho fatto, anche generalmente apprezzate, le ho fatte gratis. Ho pubblicato una tesi sulle foibe, gratis, ho fatto un programma radio, gratis, ho tenuto un blog che la gente dice di trovare interessante, gratis, e ho scritto poesie, articoli, e un romanzo, gratis o quasi.
E intanto, lavoravo: cameriera, cassiera, modella (per corsi di pittura, sono troppo bassa e grossa per fare altro, con i tempi che corrono)… per lo meno, sono lavori che io trovo utili, anche se piuttosto noiosi. Ma ci sono lavori strapagati inutili o dannosi, pensiamo ai dirigenti delle banche che hanno contribuito al macello della crisi, e, a quanto ci raccontano i giornalisti, continuano a prendere stipendi d’oro. Anche fare il mafioso rende bene.
Uno potrebbe dire: le cose che scrivi tu, con cui vorresti guadagnare dei soldi, lo dici tu e i tuoi genitori che sono buone, magari sono schifezze, ed è giusto che il mercato non ti premi. Il mercato decide cosa deve essere retribuito e cosa no. In effetti il mercato premia centri commerciali, calzini cinesi, finanziamenti rischiosi, e Fabio Volo (aaarrrghhh). Non me e le mie farneticazioni.
Va bene, lasciamo stare me, in qualche modo resisto, mi arrangio. Però c’è qualcosa di veramente sbagliato in tutto quello che mi sta intorno: gente che supplica di poter produrre cose di cui potremmo tutti fare a meno, persone che guadagnano in maniera sproporzionata rispetto all’utilità sociale di quello che fanno, e l’enorme settore del gratis, da cui vengono fuori le cose migliori. Come se ne esce? Alla prossima puntata.

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7 risposte a “il paradosso del lavoro

  1. ciao cara Gaia, condivido le tue perplessità. Secondo me è strano che molti scioperino quando gli viene tolto il lavoro ma non quando gli viene tolta l’università, la sanità, l’acqua o la giustizia.
    Forse perdere il lavoro fa più paura perché non sapremmo come vivere se fossimo poverissimi; non sapremmo divertirci, ad esempio.

  2. perchè la perdita del lavoro ha un effetto immediato: niente più soldi, non si può più fare niente. di cosa significhi perdere le altre cose, invece, ci si accorge dopo.
    e comunque la gente protesta anche per difendere università, eccetera…

  3. Cameriera e cassiera sono però due lavori strettamente connessi a quel mondo di iperproduzione che critichi. Iperproduzione agricola (ma che non basta per soddisfare il bisogno alimentare degli esseri umani…quante cose vengono buttate via, nei ristoranti, nei supermercati, nei negozi, a casa?), iperproduzione industriale. Sull’inutilità del lavoro dei banchieri, etc etc, non sarei poi così deciso. Perché è un lavoro utile e necessario, se fatto bene. Non è il lavoro, è, anche, come questo viene fatto. L’utilità e/o l’inutilità misurano qualcosa di personale, spesso, e non oggettivo (anche voler misurare l’utilità per l’umanità, per dire. cosa ne sappiamo di cosa è utile a sei miliardi e passa di persone? o cosa è utile per la natura. mica è semplice). Che ci siano lavori strapagati, può essere vero, ma è tanto più vero per come questi lavori vengono fatti, non per il lavoro in sé.
    ciauz.

  4. Infatti io non criticavo il lavoro in banca di per sè, ma quelle figure all’interno delle banche e degli istituti finanziari che in vari modi che ci sono stati descritti quando il macello è venuto fuori, hanno contribuito a far scoppiare la crisi. E questi sono i lavori “dannosi”, perché fatti in modo dannoso. Poi ci sono quelli dannosi e basta, come trafficanti di droga (ok, pagano contadini poveri dell’Asia o America Latina, ma a loro arrivano le briciole).
    Per quanto riguarda l’utilità dei lavori, hai ragione che è un discorso complesso, ma quanto prende, che ne so, una ragazza pagata per stare in mutande davanti ad un presentatore televisivo? Certo, qualcuno le trova utili. Vogliamo dire a cosa?
    Per quanto riguarda i lavori di cassiera, commessa, eccetera, io mi stavo proprio lamentando del paradosso di dover lavorare in settori che non mi andavano a genio e che mi sento di criticare, invece di fare quello in cui credo e sarei anche più brava. Questo perché la gente spende più volentieri i soldi per un nuovo costume da bagno o una cena fuori (già meglio) che per comprare un giornale, evidentemente.
    Il problema poi non sono i ristoranti di per sè, ma come sono gestiti. Dovrebbero separare l’umido, limitare l’uso di carta, eccetera. E poi gli stessi clienti, se una cosa proprio non gli va, dovrebbero portarla via e mangiarla il giorno dopo, se possibile. Ho buttato cotolette quasi intere, mezzi panieri di pane… e tutto questo è niente in confronto agli sprechi che ho visto a Londra.

  5. paradossalmente, aggiungo, uno dei modi per ridurre gli sprechi è limitare il reddito, così la gente, almeno in teoria, impara a stare più attenta con le spese (cibo, elettricità…). però perché questo funzioni bisogna evitare innanzitutto redditi sproporzionati, che consentono grandi sprechi, e poi che il isparmio, come spesso accade, ricada sui lavoratori invece che sulle materie prime, perché manca una cultura.
    ad alcune misure in questo senso, come ad esempio far pagare i sacchetti, la gente addirittura si ribella (non dico di cosa sono stata testimone… alcuni ci INSULTAVANO al negozio perché gli chiedevamo 6 centesimi per un sacchetto)
    e un’altra cosa: quando siete al ristorante, prendete solo i tovaglioli che vi servono. ogni volta ne devo buttare via di perfettamente intatti.

  6. segnalo due articoli comparsi nei giornali di ieri-l’altro ieri (Repubblica, Corriere della sera): 1) enorme sviluppo degli outlet nel Nord, specie NE, d’Italia e un’intervista a Zaia, che è contro i centri commerciali del Veneto: vuole aiutare i commercianti\ristoratori dei piccoli centri;2) articolo che parla dei giovani italiani migranti (e sostiene chi resta) (ho messo da parte questi articoli così li leggi).
    Un altro interessante articolo parla delle (non gravi!) malattie “create” per aumentare il mercato farmaceutico e non solo.
    Io credo che a cambiare la mentalità della gente ci voglia del tempo.
    Le cose buone o necessarie si affermano da sole, c’è chi le capisce o le applica prima e chi arriva dopo, magari perchè è costretto; ad es. la mancanza di lavoro e di soldi crea per forza delle alternative.
    Di recente a Udine hanno aperto almeno 2 negozi che aggiustano i vestiti, poi ci sono i negozi cinesi che hanno messo una tabella con i costi per fare orli ecc.
    Consequenzialmente:
    a) ci sono meno soldi per comprare vestiti nuovi
    b)c’è gente che non ha lavoro, magari aveva un negozio di vestiti che ha chiuso per mancanza di clienti
    c)tutti abbiamo valanghe di vestiti negli armadi
    d) visto che non possiamo comprarci vestiti e però vogliamo cambiare look, portiamo in questi negozietti i nostri vecchi pantaloni per, ad es., stringerli.
    Io l’ho fatto da sola (ho stretto ben 2 paia di pantaloni) con ottimi risultati.
    Vi segnalo anche che c’è un sito internet per modificare il guardaroba
    ciao

  7. Ciao Gaia,
    ho scoperto solo ora questo tuo blog che trovo molto carino e ricco di spunti e penso che comincerò a seguirlo pure io 😉

    Questo tuo post lo trovo molto interessante perchè porti delle osservazioni basate sul tuo vissuto personale che però cercano di trovare un inquadramento in tendenze più globali. Infatti ho sempre pensato che lo slogan “pensare globale – agire locale” sia un ottimo strumento di lettura del presente. Quello che complica l’analisi è il fatto che il presente è tutto tranne che statico, specialmente in questi ultimi anni.
    Io personalmente penso che ci è toccato (si fa per dire) vivere un periodo storico non da poco, come dicevi tu stessa la produzione globale è un meccanismo contorto e insensato come un cane che si morde la coda [produrre di più per vendere di più ma allo stesso tempo produrre a meno e quindi pagare di meno le stesse persone che dovrebbero poi comprare, senza dimenticare ricadute ambientali e problematiche nel rapporto lavoro/lavoratori-regioni del globo dove si produce]. Forse, se l’umanità non finirà nella terza via che tu non vuoi nominare (ma che se ho ben capito è quella dell’autodistruzione attraverso percorsi ben poco carini da vivere sulla propria pelle), l’umanità sarà costretta a “fermarsi” per rivedere il concetto di “sviluppo” e di “futuro”. Hai ragione quando scrivi “Lavorare meno, produrre meno, consumare meno, vivere meglio” ed infatti sotto la voce “decrescita produttiva” puoi trovare tantissime tesi più o meno contemporanee e più o meno attualizzabili e realizzabili.
    Il fatto è che cambiamenti come quelli che ci aspettano non avvengono dall’oggi al domani, e non sono neppure indolori, molto probabilmente stiamo parlando di dinamiche che attraversano decine di anni…e siamo appena all’inizio. Per questo prima scrivevo che ci è toccato vivere in un periodo storico non da poco, la globalizzazione, la crisi sistemica dell’economia, i nuovi strumenti di comunicazione e tante altre cose ancora sono solo l’inizio.
    Io non so se l’umanità si autodistruggerà, se la Terra stessa ci cancellerà in qualche modo o se troveremo una “via” per costruire un futuro degno da lasciare non dico ai nostri figli ma ai pro-nipoti dei nostri nipoti…però so che le cose non accadono da sole, so che in passato ci sono state persone (poche, sempre una minoranza all’inizio) che hanno innescato dinamiche nuove che hanno portato del bene alla collettività tutta e l’hanno fatto usando il cervello.
    Penso che nell’era in cui stiamo vivendo bisogna usare il cervello e sperimentare nuove vie, osare e provare. Il mondo come l’abbiamo conosciuto finora sta dimostrando di non funzionare e non c’è partito al mondo che abbia davvero voglia di sperimentare nuove strade. Sta ai cittadini, sta a noi costruire alternative, partendo dalla vita quotidiana perchè un gesto che faccio una volta al giorno vuol dire trecentosessantacinque gesti all’anno. Bisogna e dobbiamo usare il cervello per analizzare il presente con la consapevolezza che è tutto nuovo, che non ci sono riproposizioni di dinamiche già vissute in passato (la crisi economica non è come le altre crisi che questo sistema produttivo ha già vissuto), il mondo è un enorme laboratorio dove gli elementi non stanno chiusi in delle provette ma continuano a miscelarsi creando elementi nuovi (ed è questo che rende difficile l’analisi) e cercare di fare la “molecola consapevole di tutto questo” è difficile ma necessario se vogliamo fare qualcosa di utile.
    Siamo di fronte a gradi cambiamenti e questo spaventa tantissime persone che per comodità (e rassicurazione personale) preferiscono cercare di ridurre l’analisi del presente con formule preconfezionate (razzismo in primis) che però non sono soluzioni bensì bende sugli occhi.
    Penso che già comprendere tutto quello che ho scritto aiuti ad analizzare il presente, ed una corretta analisi del presente/mondo è necessaria per muoversi nel modo giusto…
    …ora sono le due e mezza e chiudo qui altrimenti mi addormento sulla tastiera 😉

    Ci si vede in CasAupa 😉

    Marco

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