Foibe

Quest’anno, a occhio e croce, le polemiche sulle foibe non hanno monopolizzato il dibattito nazionale. Abbiamo cosi` tante cose di cui preoccuparci… Pero` qualche rissa tra destra e sinistra c’e` stata comunque. Tanto per non smentire la verita` che siamo un paese che non sa fare i conti con il proprio passato. Condivido dei miei appunti sulle foibe, argomento che conosco bene perche` ho fatto delle ricerche storiche negli archivi.

Nel maggio 2008, il gruppo di estrema destra Lotta Universitaria decise di organizzare il convegno “Foibe: L’unica verità” nella Facoltà di Lettere della Sapienza, invitando come relatore, tra gli altri, il leader di Forza Nuova Roberto Fiore. Per tutta chiarezza, sui manifesti dell’evento era disegnato un Pinocchio con la scritta sul berretto: “Antifascista”. Inizialmente, il convegno venne autorizzato, tra le proteste (con tanto di breve occupazione della facoltà) degli studenti dei collettivi. Il permesso venne poi revocato per “motivi di sicurezza”; seguirono degli scontri tra fascisti e antifascisti che mandarono quattro ragazzi all’ospedale. Martin Avaro, uno degli organizzatori, si difese dicendo di voler rispondere “al convegno negazionista” intitolato “Operazione Foibe”, a cui partecipò Alessandra Kersevan, nella stessa Università La Sapienza.

Nel 2005 la RAI mandò  in onda tra le polemiche una fiction sulle foibe, “Il cuore nel pozzo”, che rappresentava i civili italiani come vittime di atrocità da parte dei partigiani jugoslavi ai tempi della seconda guerra mondiale. Il ruolo del “cattivo” del film fu affidato allo spietato partigiano Novak. L’allora ministro delle comunicazioni italiano Maurizio Gasparri (AN) rispose alle critiche difendendo l’iniziativa e incolpando della “rimozione” storica della tragedia delle foibe l’ “egemonia culturale della sinistra”.

Nel 2007, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano provocò una breve crisi diplomatica usando, in un discorso sulle foibe e l’esodo, termini quali “odio e furia sanguinaria”, e “pulizia etnica” (ai danni degli italiani). Il presidente croato Stipe Mesic rispose accusando il collega italiano di razzismo e revisionismo. L’anno dopo, la polemica si ripeté quando entrambi ribadirono le proprie posizioni.

Ogni volta che viene fuori la storia delle foibe, insomma, scoppia un putiferio. L’istituzione, avvenuta nel 2004, del 10 febbraio come “Giorno del ricordo” delle vittime delle foibe e dell’esodo, non aiuta. In Italia non c’è in proposito una memoria condivisa e soprattutto onesta –semmai, nelle parole dello storico Raoul Pupo, “una micidiale combinazione di rimozioni reciproche e selettive, spesso accompagnata da un uso politico della storia giuliana”. Così destra e sinistra, Italia e vicini balcanici, si ritrovano di tanto in tanto ad accapigliarsi a causa di una serie di eventi storici in realtà molto più complessi di quanto i loro ristretti limiti geografici e temporali farebbero immaginare.

Come sempre quando si analizza un fenomeno storico, bisogna cominciare studiando i precedenti ed il contesto. Un evento fondamentale in questo caso è la fine della Prima Guerra Mondiale: l’impero austroungarico si dissolse e l’Italia annetté al proprio confine orientale territori comprendenti centinaia di migliaia di slavi (in particolare sloveni e croati). Nell’Italia ancora stato liberale, nonostante gli impegni ufficiali per la tutela della popolazione slava, quest’ultima era già gestita in modo ambiguo e sospettoso. La classe dirigente slovena e croata fu da subito vittima di arresti ed espulsioni. Nel luglio del 1920, un gruppo di fascisti diede un assaggio del peggio che stava per arrivare, appiccando fuoco al Narodni Dom di Trieste, albergo e sede di numerose organizzazioni slave.

Una volta al potere, il regime fascista cominciò ad attuare una politica di deliberata e aggressiva snazionalizzazione della popolazione slava. Lo scopo era privare sloveni e croati, rozzi e inferiori secondo la propaganda fascista, della propria identità nazionale, sostituendola con quella italiana. Così vennero chiusi circoli, associazioni e giornali slavi; venne proibito l’insegnamento in sloveno e croato e impedito di usare pubblicamente queste lingue; i nomi e i toponimi vennero italianizzati. Oltre a queste ed altre discriminazioni ufficiali, le popolazioni slave dovettero subire le angherie e le devastazioni squadriste. Non era tollerato nemmeno che si cantasse in lingue slave. Un direttore di coro, per aver organizzato un canto in sloveno, morì dopo essere stato costretto a bere olio lubrificante.

La conseguenza dell’opera di snazionalizzazione e repressione fu l’emigrazione di decine di migliaia di slavi, e soprattutto un crescente senso di ostilità nei confronti non solo della dittatura fascista, ma anche dell’Italia stessa. L’equazione italianità-fascismo, voluta dal regime, si ritorse poi contro gli italiani tutti, su cui finì per pesare l’accusa generalizzata di complicità con il fascismo.

Nella primavera del 1941, l’Italia aggredì la Jugoslavia assieme alla Germania, e annesse parte della Slovenia e della Dalmazia. Alla resistenza partigiana all’occupazione, l’esercito italiano rispose con una brutalità che non aveva nulla da invidiare, qualitativamente se non quantitativamente, a quella nazista, che a sua volta imperversò nella Jugoslavia occupata. L’esercito italiano si scatenò in fucilazioni di ostaggi, rappresaglie, incendi di case e villaggi, stragi e deportazioni di civili. Lo stesso Comissario Civile di Longanatico Umberto Rosin scrisse all’Alto Commissario per la provincia di Lubiana* raccontando le atrocità commesse dall’esercito italiano nei confronti di civili inermi e supplicanti pietà, e profeticamente avvertì del “rancore e risentimento che le popolazioni dei paesi distrutti provano contro i nostri soldati”. Una pagina nerissima fu scritta nei campi di concentramento italiani, dislocati nella nostra penisola ed in quella balcanica (tra i più noti, quelli di Arbe e Gonars), in cui vennero rinchiusi decine di migliaia di civili slavi. Le stime parlano di circa 30.000 deportati (tra cui donne, anziani, bambini), di cui un gran numero morì. I detenuti erano costretti a vivere in condizioni atroci: la fame, il freddo, le malattie, portarono il tasso di mortalità in alcuni casi a superare quello dei campi di concentramento nazisti.

Al di là degli storici e dei cittadini più informati e onesti, l’opinione politica e pubblica risulta ancora divisa in due parti inconciliabili: quella che ignora per cattiva informazione o malafede questi crimini italiani, e quella che li conosce bene e pensa bastino a spiegare le violenze anti-italiane che seguirono.

Nell’autunno 1943 infatti, dopo l’armistizio, toccò agli slavi dell’Istria, che tanto avevano sognato di eliminare l’odiata dominazione italiana, di prendersi il potere e la rivincita. Vennero massacrati centinaia di italiani e gettati nelle cave, in mare e nelle foibe. Si trattò in gran parte di una vendetta contro il fascismo e i suoi rappresentanti, cioè le autorità di vari livelli che avevano goduto di potere in Istria durante il ventennio (gerarchi, funzionari pubblici, carabinieri…): l’ “esercito di piccoli despoti” di cui parla in una sua ricostruzione dei fatti Luciano Giuricin. C’è comunque da dire che, se è senz’altro vero che il primo e principale obiettivo dei partigiani erano i fascisti, c’è una differenza tra semplici iscritti al partito e squadristi e torturatori, e le fonti non offrono rassicurazioni che questa differenza fu tenuta a mente quando partì la “caccia al fascista”. L’intensità della persecuzione variò molto a seconda della zona, da un estremo all’altro. Gli arrestati, quando non li si liberava, venivano processati da tribunali del popolo improvvisati. L’unica pena prevista era la morte.

Al tempo stesso, sadici, banditi e fanatici vari approfittarono della confusione per massacrare a piacimento, cosa che creò problemi alle stesse autorità partigiane, che ufficialmente erano interessate solo a processare i “nemici del popolo”. Ci furono casi di rapine ai danni degli arrestati, di attacchi a possidenti terrieri italiani, come anche di vendette personali o di uccisioni di persone del tutto innocenti, che qualcuno desiderava eliminare o che si trovarono semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nell’autunno del 1943, l’esercito tedesco lanciò un’offensiva in Istria, ricacciando i partigiani e lasciando ovunque una scia di morte e devastazione. A quel punto, molti tra i prigionieri italiani rimasti in mano partigiana vennero portati fuori dalle carceri e semplicemente infoibati.

Le violenze da parte degli slavi, spesso accompagnate da manifestazioni di nazionalismo anti-italiano, provocarono nella popolazione italiana sgomento e terrore, e furono uno dei fattori che contribuirono all’esodo che seguì alla fine della guerra. Non si possono però definire le foibe un genocidio contro gli italiani: se questi erano spesso malvisti, ormai, persino quando combattevano come partigiani, e se il sentimento anti-italiano e nazionalista in Istria era molto forte, è anche vero che le vittime ammontarono ad una percentuale inferiore all’un per cento della popolazione. L’esercito italiano allo sbando, che cercava di tornare a casa dal fronte, venne aiutato dalla popolazione istriana tutta e non fu vittima di violenze su larga scala. Quella degli italiani “uccisi solo in quanto tali” è quindi in larghissima parte un’invenzione

Una seconda e ben documentata ondata di violenza interessò in particolare Trieste (ma anche il Goriziano, l’Istria e Fiume) nel 1945, quando la città si trovò brevemente sotto l’occupazione delle truppe titine, un’esperienza vissuta con grande angoscia dalla popolazione della città. Sparirono in questo periodo migliaia di persone, in gran parte uomini, fascisti e non, torturatori e collaborazionisti ma anche partigiani, civili, semplici soldati e guardie civiche e di finanza. Se ufficialmente le istruzioni provenienti dalla leadership comunista erano di arrestare sulla base del fascismo, in pratica il termine “fascisti” comprendeva anche quella maggioranza di antifascisti che però si opponevano all’annessione alla Jugoslavia, e molti di questi furono infatti arrestati. L’elemento fondamentale in questa persecuzione non fu quello etnico, ma quello politico, anche se poi spesso i due si sovrapponevano, se non altro perché gli italiani erano in gran parte contrari all’annessione ed in buona parte non comunisti. Questa interpretazione, dominante nella storiografia più recente, si rafforza alla luce di altri massacri di anticomunisti su larga scala avvenuti nel resto della Jugoslavia. Bisogna anche ricordare che il movimento partigiano stava diventando regime, e quindi più organizzato e deciso anche nelle persecuzioni degli oppositori reali o potenziali.

In un periodo molto breve, quindi, sparirono da Trieste migliaia di persone, spesso senza essere accusate di nulla né subire alcun processo. L’OZNA, la polizia politica responsabile di gran parte degli arresti, operava all’oscuro di tutti. Gli arrestati furono a volte uccisi, altre rilasciati, altre ancora rinchiusi in campi di prigionia o costretti a estenuanti marce attraverso la Jugoslavia, durante le quali molti morirono per fame, stenti, o esecuzioni sommarie. Una commissione alleata raccolse le denunce di maltrattamenti da parte jugoslava a danni degli italiani arrestati. Le storie riportate dai sopravvissuti, descritti dagli stessi alleati come “scheletri ambulanti”, parlavano di pestaggi, di torture, di assenza di cure, di fame disperata, e di frequenti episodi di violenza e sadismo nei loro confronti. Nei campi di prigionia morivano 6-7 persone ogni giorno; alcuni tornavano così sconvolti che non avevano nemmeno la forza di parlare.

Quante furono le vittime delle foibe? Anche qui, a seconda dell’interpretazione faziosa che si dà degli eventi, si oscilla da un minimo di qualche centinaio a un massimo di decine di migliaia.

Contare le vittime delle foibe è praticamente impossibile. Innanzitutto, queste cavità profonde servirono per liberarsi di ogni tipo di cadaveri, compresi quelli di soldati. Poi, come abbiamo visto, le foibe furono solo uno dei tanti modi in cui migliaia di italiani vennero eliminati.

Vi sono varie liste, compilate da studiosi, associazioni o istituzioni, ma nessuna può considerarsi soddisfacente. Com’è possibile contare uno per uno gli scomparsi italiani in un periodo di guerra e spostamenti di popolazione, in cui era difficilissimo stabilire chi era morto e come, e per giunta i nomi di persona erano stati italianizzati a forza? Probabilmente, si può prendere per buona la stima degli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali, che attesta le vittime della violenza jugoslava, tra 1943 e 1945, sulle 3000-4000. Per quanto riguarda l’esodo, cioè l’abbandono da parte degli italiani di terre ormai passate all’ex-Jugoslavia, avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, le stime si aggirano sui 250.000 profughi –comprendenti la quasi totalità della popolazione italiana in quelle terre. Mentre la maggioranza degli italiani d’Istria, di Zara e di Fiume, assieme anche a gruppi di sloveni e croati, lasciava le proprie terre, alcune migliaia di comunisti italiani decisero di andare a vivere nella nuova Jugoslavia per realizzare il sogno socialista. Furono però a loro volta vittime di discriminazioni e repressioni, in particolar modo quando Tito ruppe con Stalin, e gli italiani si trovarono dalla parte sbagliata restando fedeli a quest’ultimo.

Nel 2000, una commissione storico-culturale italo-slovena consegnò dopo anni di lavori una relazione sui rapporti tra italiani e sloveni dal 1880 al 1956. Questa relazione, poco considerata dalla politica e dai media, sintetizza le conclusioni condivise a cui sono arrivati illustri studiosi appartenenti ad entrambi i paesi. Per le foibe istriane del 1943, si parla di motivazioni etniche e sociali, e dell’intento di “colpire in primo luogo la locale classe dirigente”. Per quanto riguarda le violenze del 1945, che interessarono le attuali Italia e Slovenia più che la Croazia, si parla di “clima di resa dei conti per la violenza fascista”, di un “progetto politico preordinato” che comprendeva eliminazione di persone ricollegabili “al di là delle responsabilità personali” al fascismo, e di “epurazione preventiva di oppositori”. Tra le numerose ragioni dell’esodo, infine, la relazione include i “comportamenti anti-italiani da parte degli attivisti locali”, in parte dovuti alla vendetta anti-fascista; l’oppressione esercitata dal regime totalitario; il “rigetto dei mutamenti nell’egemonia nazionale e sociale”; il rifiuto del comunismo; e il peggioramento delle condizioni di vita in Jugoslavia. Al momento, “mancano riscontri certi alle testimonianze –anche autorevoli di parte jugoslava- sull’esistenza di un piano preordinato di espulsione da parte del governo jugoslavo”.

Le foibe sono le sorelle minori di altre tragedie della storia europea che c’è sempre qualcuno pronto a negare per convenienza politica o polemica nazionalista. Contestare che ci furono dei massacri e persecuzioni da parte jugoslava nei confronti di italiani, fascisti e non, è disonesto e inutile; sostenere che si trattò di un genocidio, associandolo quindi ad episodi ben diversi della storia europea, è altrettanto sbagliato. In quest’angolo d’Europa, le rivalità nazionali ed ideologiche esistenti tra i popoli che vi abitavano si sovrapposero e si scatenarono con straordinaria brutalità. Non ci fu un popolo vittima, ed un altro carnefice.

Bisogna capire e ricordare gli eventi in questa loro complessità, nel rispetto delle vittime e della pace di cui oggi godiamo.
Bibliografia. Cattaruzza, Marina, a cura di. Nazionalismi di frontiera: Identità contrapposte sull’Adriatico nord-orientale 1850-1950, Rubbettino Editore, 2003; Colummi, Cristiana et al. Storia di un esodo: Istria 1945-1956,  IRSMLFVG, Trieste, 1980; Crainz, Guido. Il dolore e l’esilio: L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, Roma, 2005; Ferenc, Tone. La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Udine 1994; Giuricin, Luciano. “Il Settembre ’43 in Istria e a Fiume”, Quaderni del Centro di Ricerche Storiche –Rovigno, Volume XI, 1997; Gombac, Boris e Dario Mattiussi, a cura di. La deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento italiani: 1942-1943. I campi del confine orientale, Centro isontino di ricerca e documentazione storica e sociale “Leopoldo Gasperini”, Gorizia 2004; Oliva, Gianni. Foibe: Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori, Milano, 2002; Pacor, Mario. Confine Orientale: Questione nazionale e Resistenza nel Friuli-Venezia Giulia, Feltrinelli, Milano, 1964; Pupo, Raoul and Roberto Spazzali, eds. Foibe, Mondadori, Milano, 2003; Pupo, Raoul. Il Lungo Esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005; Quarantotti Gambini, Pier Antonio. Primavera a Trieste, 1985; “Relazione della commissione mista storico-culturale italo-slovena”, Qualestoria, n. 2, December 2000.; Scotti, Giacomo. Dossier Foibe, Manni, Lecce, 2005; Valdevit, Giampaolo, ed. Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1954, Marsilio, Venezia, 1997; Verginella, Marta. Il confine degli altri: la Questione giuliana e la memoria slovena, Donzelli, Roma, 2008

Inoltre, l’archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia (IRSML FVG), con sede a Trieste, contiene un’ampia documentazione su questi eventi.

* Erroneamente avevo chiamato Rosin Alto Commissario: mi è stato fatto notare e ho corretto.

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37 risposte a “Foibe

  1. complimenti per l’ analisi storica che e’ ben strutturata.
    credo che entrambe le correnti di pensiero , esaltino i crimini degli altri( come l ‘ ultimo paragrafo spiega) e tacciano sui propri…..la realtà come la storia c’ insegna sta nel mezzo…
    dopodichè, mi sembra naturale scegliere e sostenere e il proprio paese ed il proprio popolo anche se non innocente.

  2. grazie per i complimenti.
    qui non si tratta di sostenere qualcuno, ma di riconoscere fatti appurati ed evitare che si ripetano. secondo me e` assurdo “sostenere” il proprio popolo a priori, soprattutto riguardo a fatti i cui attori principali sono quasi tutti morti! io che c’entro con le azioni dei gerarchi fascisti? pur essendo italiana e amando molto il mio paese, pensare che un morto italiano valga piu` di un morto, per dire, yugoslavo, e` semplicemente mostruoso

  3. e poi non e` solo una questione di popolo, ma anche di parte politica… non capisco tutta questa coda di paglia della sinistra, sinceramente. i vari regimi comunisti e i partigiani hanno fatto quello che hanno fatto, nel bene e nel male, ma insomma, chi se ne frega! andiamo avanti!!!

  4. Pingback: Foibe tra storia e memoria | gaia baracetti

  5. chiedo scusa, ma non ho capito quali archivi Lei abbia consultato… noto inoltre che nella vasta e variegata bibliografia Lei non ha inserito il mio testo, che è finora (e mi scuso se mi auto-lodo, ma, come diceva Erasmo da Rotterdam, se gli altri non ti lodano lodati da te che fai bene) l’unico studio organico ed approfondito sulla questione delle foibe, da cui risulta piuttosto chiaramente (mi permetta di contraddirLa, ma tale mia convinzione deriva da studi pluriennali su documentazione spesso inedita) che è possibile quantificare il numero degli “infoibati”, e che la teoria delle “persecuzioni jugoslave” nei confronti di coloro che, “pur antifascisti” non volevano il passaggio di Trieste alla Jugoslavia, non è credibile, in quanto (leggendo i documenti, ovviamente) appare chiaro che il motivo degli arresti di esponenti del CLN giuliano arrestati dalle autorità jugoslave (che erano alleate al pari degli angloamericani, e come tali avevano peraltro anche il diritto da normativa bellica di internare “semplici soldati” nei campi di prigionia) non va cercato in un progetto di “persecuzione politica” ma per evidenti comportamenti al limite del collaborazionismo con i nazifascisti, o addirittura da episodi di appropriazione indebita di beni dell’Esercito.
    Vorrei infine rammentarLe che sia la Guardia civica che la Guardia di Finanza erano corpi collaborazionisti, e quest’ultima aveva anche operato in materia di ordine pubblico a fianco delle SS.
    Claudia Cernigoi (autrice di “Operazione foibe tra storia e mito”, Kappavu Udine 2005)

  6. Ho consultato principalmente gli archivi degli Istituti Friulano e Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione; mi sono appoggiata anche a fonti citate in altri studi e a testimonianze riportate in articoli su riviste o in libri. Le fonti che ho usato sono citate nella versione integrale del mio studio, che si trova qui. Per motivi di limiti temporali non ho consultato l’intera bibliografia sul tema, che contiene molti studi organici e approfonditi sulle foibe, e non uno solo. Per quanto riguarda le liste, tutte quelle che mi è capitato di visionare (per lo meno anni fa, quando ho effettuato le ricerche) erano in qualche modo inesatte e incomplete, e non mi risulta ce ne sia una accettata dalla storiografia come definitiva.
    Ci sono, tradotte in italiano, anche fonti dell’OZNA che parlano di arresti di ‘coloro che si oppongo all’occupazione di Trieste’, oltre ad ammissioni di eccessi dalla stessa parte jugoslava; la versione della persecuzione politica è ormai accettata anche dalla storiografia slovena e in linea con quanto accadde anche nel resto della Jugoslavia, su scala ancora maggiore.
    Non mi risulta assolutamente che il CLN abbia collaborato con i nazifascisti; ricevere offerte di collaborazione e accettarle sono cose diverse. Lei fa riferimento a episodi di appropriazione che non conosco; credo comunque che tutte le formazioni resistenziali si siano appropriate di beni dell’esercito, come fondamento stesso delle loro attività.
    Per quanto riguarda la Guardia Civica, rimando a questa breve nota che credo renda la complessità della scelta di arruolamento in un territorio conteso.
    La Resistenza in Friuli Venezia Giulia fu complicata enormemente dalla questione dei confini e delle opposte rivendicazioni; la mia personale opinione è che, se i confini pre-bellici comprendevano territori che, secondo la logica dello stato-nazione, non sarebbero dovuti appartenere all’Italia, le rivendicazioni jugoslave fossero eccessive. Non penso si possa biasimare gli antifascisti italiani preoccupati all’idea di ritrovarsi in una Jugoslavia comunista.

  7. da quanto ha risposto è chiaro che le Sue ricerche si sono basate per lo più su quanto già pubblicato in altri studi e non su documenti inediti, per questo motivo forse Le sarebbe utile dare un’occhiata anche al mio studio, relativamente agli elenchi degli scomparsi, anche se probabilmente la “storiografia” che Lei considera non li ha considerati come “definitivi” (mi piacerebbe conoscerne eventualmente il motivo, dato che mi sembra di avere documentato piuttosto ampiamente le mie conclusioni storiche).
    Le consiglio di ampliare le sue ricerche sulle formazioni collaborazioniste anche a testi più recenti che non quelli di Maserati e Fogar ed a quanto scritto dall’Associazione di ex combattenti che vorrebbero che al proprio Corpo di appartenenza venisse tolta la qualifica di collaborazionista. Forse le sfugge che nell’Adriatisches Kuestenland tutte le formazioni militari, essendo direttamente soggette al Reich, non potevano a posteriori essere considerate meno che collaborazioniste, in quanto non dipendevano da Salò ma da Berlino. Nel mio libro ho dedicato un capitolo di diverse pagine alla Guardia civica ed all’uso che ne fu fatto per rastrellamenti, arresti, deportazioni ed altro.

    per quanto concerne il CLN triestino invece le suggerisco di dare un’occhiata a questi articoli che possono spiegarLe cose di cui ha detto di non essere a conoscenza::

    http://www.nuovaalabarda.org/dossier/luci_ed_ombre_del_cln_triestino.pdf

    http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-arrestati_sol_perch%E9_italiani%3F_la_vicenda_di_lugi_podest%E0..php

    Infine, sull’atteggiamento del CLN triestino nei confronti dei nazifascisti e degli Jugoslavi le riporto questi appunti (tratti da archivi accessibili)

    Annotazione del CLN triestino datata 18/4/45, che troviamo a margine di una relazione su un incontro tra OF e CLN per arrivare ad un accordo sulla composizione del comitato misto per gestire la città dopo l’insurrezione : al “punto b” dell’annotazione “ad integrazione della relazione” leggiamo che “il Prefetto sta organizzando un importante nucleo di forze repubblicane contro l’eventuale calata del IX Korpus di Tito. Naturalmente, in caso di necessità, noi siamo disposti a far causa comune con queste forze. Urge quindi sapere se possiamo assimilarle al momento opportuno al Regio esercito, sia pure con le opportune epurazioni e gli opportuni riti” ( AUSSME b. 91, n. 83401, 83402, 83403.

    Riguardo l’atteggiamento del CVL triestino nei confronti della compagine alleata (di cui faceva parte anche l’esercito jugoslavo), riportiamo quanto scritto dal comandante di piazza Fonda Savio: “nostro compito era quello di aprire la via agli Alleati, ci siamo astenuti di sparare sugli Slavi per non peggiorare la nostra posizione politica rispetto agli Alleati” (Archivio IRSMLT 2232. Si noti che evidentemente Fonda Savio non considerava gli “Slavi” come “Alleati”) .

    Giacomo Juraga (allora comandante della Guardia civica): “il giorno 29 aprile 1945 per la prima volta mi sono accorto che qualcosa non andava (…) mentre transitavo per via Mazzini, scorsi un camion con componenti della X Mas e mi accingevo con la mia scorta di 16 uomini ad aprire il fuoco, quando il ten. col. in congedo Fonda Savio, che si trovava insieme con noi, componente il Comitato di Liberazione, interruppe l’azione dicendo che non si doveva sparare sugli italiani” ( Relazione di G. Juraga, sul “Lavoratore” del 2/8/45).

    Mi creda, non è facile fare ricerca storica. Bisogna cercare molto e molto confrontare, e non limitarsi a ricopiare brani di testi altrui.

  8. Se non ha letto il mio testo pubblicato per intero, non può sapere nel dettaglio che fonti ho usato.

  9. Per fare ricerca storica non è sufficiente cercare molto e molto confrontare. Bisogna principlamente non cercare quello che si desidera trovare, ma accogliere, con onestà, quello che emerge, sia esso più squallido, noioso, deludente o meno eclatante di quello che ci si aspetta.

  10. Concordando sicuramente con Mauro sulla propedeuticità del ‘momento filologico’ rispetto a quello ‘interpretativo’ nelle ricerche storiografiche, a mio avviso la critica storica sulla tragedia delle foibe non farà molti passi avanti, se resterà inchiodata ad uno sterile dibattito sull’attendibilità o la qualità delle fonti.
    Che in quella porzione d’Europa in quegli anni sia successo di tutto è un dato assodato, checchè ne dicano revisionisti o storici di provenienza destrorsa o sinistrorsa. Che ne abbiano infoibati 100 oppure 250 oppure 1500, e che sia stato perché erano biechi fascisti collaborazionisti oppure immacolati giovinetti partigiani col tricolore nel cuore, è pur sempre un eccidio. Sarebbe come a fare distinguo tra Auschwitz e Dachau perché nel primo gasavano prevalentemente ebrei, mentre nel secondo inizialmente la maggioranza era composta da detenuti politici, omosessuali e zingari. Il problema era principalmente che li gasavano, la motivazione viene dopo. Esiste forse una liceità nell’infobare o gasare un nemico? Se era fascista c’era la giustificazione morale, mentre se era partigiano no?
    Attenzione: con questo non voglio dire che «erano tutti uguali». Sicuramente c’era chi combatteva «dal lato sbagliato». Le responsabilità storiche sono sotto gli occhi di tutti, e sono importanti la memoria di queste vicende e le feste nazionali partigiane proprio perché il ricordo della responsabilità di quegli eccidi sia tramandata ai posteri, affinché tragedie del genere non accadano MAI più.
    Ma non restringiamo tutto il dibattito sul numero dei morti o sull’assenza o presenza di quel nominativo in quell’altro elenco, altrimenti si perde di vista l’insegnamento storico di quei fatti drammatici.
    Io personalmente ho apprezzato il post di Gaia proprio perché è riuscita a mettere in evidenza l’estrema complessità e il carattere variegato delle molteplici fazioni che componevano i due fronti; se poi tra le sue fonti non compaia qualche lista, o ci sia una plusvalenza o una minusvalenza nel conteggio dei morti di una delle parti (cosa che fa orrore solo a dirlo), credo sinceramente non diminuisca di una virgola il valore del suo ragionamento.

  11. Gli storici in teoria non dovrebbero dare giudizi morali, se non esprimere un generico rispetto per le vittime di violenza. Spiegare non è uguale a giustificare e auspicare la pace non è uguale a giudicare chi ha dovuto fare scelte difficili quando la pace non c’era.
    La ricerca storica sul tema delle foibe secondo me ha raggiunto la maturità, ma di questo si fa fatica a far arrivare notizia perché chi grida più forte si fa sentire di più di chi è più pacato.
    Stabilire il numero dei morti e dire chi fossero è importante per conoscere il fenomeno e dare delle risposte, non per assolvere o condannare, non in sede storica almeno.
    La guerra ha modalità e necessità diverse da quelle della pace. Prima tra tutte: consente l’omicidio, anzi lo impone. C’è chi rigetta questa logica in nome del pacifismo, chi invece pensa che atti di liberazione e di autodifesa richiedano necessariamente anche di combattere. Poi, ovviamente, c’è modo e modo di uccidere, e questo complica ulteriormente le cose.
    Uccidere un fascista o un altro tipo di nemico in tempo di guerra risponde a logiche che possono essere tattiche o di necessità, o a impulsi personali di odio o vendetta. È complesso sia distinguere tra le prime e i secondi, sia stabilire cosa sia accettabile e cosa no – ma solo la prima di queste due cose, secondo me, rientra nei compiti di uno storico.
    Faccio un altro esempio: durante la guerra partigiana ci furono episodi di giustizia anche sommaria, senza processo e senza prove di colpevolezza che un tribunale moderno riterrebbe sufficienti. Però spesso non farlo comportava grossi rischi dal punto di vista del proseguimento della guerra e del risultato finale, oltre che della propria sopravvivenza. Cosa dobbiamo pensare di questo? Secondo me niente di particolare. Dobbiamo soltanto sapere che accadde, per uno o più di questi motivi: difficoltà oggettive a procedere altrimenti, rancori, esigenze belliche, fanatismo. Ognuno poi giudicherà personalmente, sapendo di godere dell’immenso privilegio della distanza e del senno di poi, fino a che punto era giusto spingersi.

  12. Io distinguo la ricerca storica dalle valutazioni morali ed etiche, non considero, quando cerco di ricostruire degli eventi (non so a chi si riferisse il Mauro scrivendo che non si deve cercare “ciò che si desidera trovare”, ma è metodo che a me personalmente non appartiene) se aveva ragione Tizio o Caio, se il CLN aveva ragione a non volere la Jugoslavia comunista (io personalmente l’avrei voluta, ma certamente non lo scrivo in una ricerca storica) eccetera. Non so se nella mia nota non mi sono spiegata bene o sono stata fraintesa.
    Invece relativamente al Suo messaggio:
    “Se non ha letto il mio testo pubblicato per intero, non può sapere nel dettaglio che fonti ho usato”.
    Dato che il testo non è leggibile all’indirizzo indicato, ovviamente non posso conoscere le fonti, ed è per questo che gliele avevo domandate. Se non intende farmene partecipe, non ha senso continuare la conversazione.

  13. Sono d’accordo sulla differenza/distinzione tra storiografia e giudizio etico; e pure ho vissuto abbastanza da conoscere il detto «à la guerre comme à la guerre».

    Non c’è guerra senza massacro o eccidi: in ogni conflitto ne troverai uno, per piccolo o grande che sia. Giustificato da «esigenze belliche» se commesso dal vincitore, «crimine nefando contro l’umanità» se perpretato dallo sconfitto.
    Questo è il mio limite: quando leggo sui libri di storia le pagine di guerra, mi distacco dalle parti in conflitto e vedo solo l’«eccidio», anche se commesso dalla «mia» parte.

    Per me la storia serve fondamentalmente a questo: capire cosa si è sbagliato per evitare di commettere gli stessi errori, quale che sia la parte che li commette. Il bombardamento di Dresda o quelli di Tokyo, i lager nazisti, etc. hanno tutti un denominatore comune: la morte di (ignari) civili che hanno avuto la sola colpa di trovarsi nella città sbagliata nel secolo sbagliato. Per me non c’è logica o «necessità strategico-militare» che giustifichi questi crimini; tutto quello che chiedo alla storia è fornirmi gli strumenti per capire quali mostruosi fenomeni abbiano trasformato così tanto gli uomini, da fare commettere loro barbarie simili. Indipendentemente da chi poi abbia vinto il conflitto.

  14. Io ho molto riflettuto, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, sul concetto di vittime innocenti. Il semplice fatto che le persone uccise fossero civili e non militari le rendeva ‘innocenti’? Magari, pensavo, molte di loro avevano votato presidenti che avevano attuato una politica estera che aveva causato enormi sofferenze e creato risentimenti tali da portare poi a un attacco del genere. Magari tante delle persone uccise erano in qualche modo complici, almeno in questo senso, del loro governo, o approvavano le sue azioni e non provavano né pietà né desiderio di fare qualcosa riguardo alle vittime dei conflitti causati dalla politica estera statunitense. In questo caso, non erano né ignare né innocenti. E se non sapevano, ma perché avevano deciso di fregarsene? Erano innocenti? Si può rendersi complici di una politica assassina ma ripararsi dalle sue conseguenze?
    Questo non giustifica l’atto terroristico in sé, ovviamente: è solo una riflessione.
    Uccidere i soldati va bene; uccidere i prigionieri e i civili no. Questo è strano.
    Ricordo un passaggio de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern in cui descrive l’ospitalità ricevuta da una famiglia russa durante la ritirata. La comune umanità, è il senso della scena, li unisce al di là della guerra. Ricordo di aver provato una grande rabbia e confusione nel leggere questo passaggio. Se tu sei in grado per un attimo di capire che il tuo nemico non è veramente nemico, che è semplicemente un essere umano come te e non hai motivo di ucciderlo, perché lo fai?? Come si può accendere e spegnere l’umanità in quel modo?
    Un’altra riflessione: c’è chi sostiene, e io non mi schiero perché non ho gli elementi per farlo, che i bombardamenti di Hiroshima e forse anche di Nagasaki furono necessari perché impedirono che la guerra continuasse ancora e facesse un numero maggiore di vittime. Nessuno può sapere come sarebbe andata in questo scenario alternativo. È una storia simile a quella dei bombardamenti NATO sulla Serbia: si sa cos’è successo poi, ma non cosa sarebbe successo se non fosse stato fatto. Così come, le volte in cui non è stato fatto, non si sa cosa sarebbe potuto succedere se si fosse fatto.
    Allora, è giustificabile un’azione bellica quando è probabile o molto probabile che uccida delle persone ma per salvarne un numero maggiore? Oppure ci sono persone (i civili) che non si possono mai sacrificare per salvarne altre (i militari)? Ma perché: una vita vale meno di un’altra? E da chi provengono i militari, da chi sono sostenuti e tra chi torneranno, se non da e tra i civili? E chi è il nemico?
    E un uomo o una donna che cercano di uccidere un tiranno, come Hitler o Papadopoulos, per salvare un numero molto grande di persone?
    Per me ogni vita umana è preziosa. Nemmeno quella di un dittatorie sanguinario andrebbe tolta, se se ne può fare a meno. Eppure so che ci sono dei casi in cui bisogna scegliere.

  15. Ah, spero si capisca: non sono favorevole ai bombardamenti atomici, ovviamente. Tutte quelle sopra sono solo domande che mi sono posta nel corso degli anni.

  16. L’emozione che tu hai vissuto con Mario Rigoni Stern io l’ho sperimentata fortissima ne «La Tregua», quando Primo Levi fa narrare al biblico ebreo greco Mordo Nahum l’incontro fortuito del suo plotone di scalcagnati soldati greci con un drappello isolato di (altrettanto malmessi) soldati italiani in una casa abbandonata ma piena di cibo: le due parti avverse, affamate e infreddolite, dapprima tenendosi l’una sotto tiro dell’altra, poi constatando ciascuna la spossatezza dell’avversario, decidono che è più intelligente riscaldarsi e mangiare, per poi riprendere la guerra in un secondo momento. Così, in una notte assurda di neve greca, mangiano tutti assieme allo stesso tavolo in un improvvisato e personalissimo armistizio, abbandonando poi mestamente la casa da uscite opposte, con la segreta speranza di non doversi reincontrare nemici in combattimento. Il passo fa capire, con una limpidezza magistrale, che «essere nemici» è un ruolo, una scelta (molto spesso subita), da cui però in molti frangenti è possibile abdicare, se c’è sufficiente volontà da ambo le parti: e subito ne scaturisce l’intrinseca follia della guerra.
    Sulla (presunta) innocenza della popolazione civile mi colpì molto, all’epoca dell’attentato alle Twin Towers, il libro «Buskashi» di Gino Strada, in cui i feroci islamisti afgani dipinti dai media come “popolo di invasati tutti «Corano e martirio»”, erano invece descritti da Strada come poverissimi pastori, del tutto ignari di Al Quaeda e di Manhattan, vittime inermi – in una tragica alternanza – prima delle violenze degli stessi talebani, e poi di quelle dell’esercito americano. Da cui la domanda: è giusto criminalizzare tutto un popolo (gli afgani) a causa di pochi esaltati integralisti (i talebani)? Qui il discorso mi pare si ricolleghi a quanto successo al confine italo-iugoslavo alla fine del secondo conflitto mondiale: criminalizzare tutto un popolo (gli italiani – oppure specularmente gli slavi) a causa di una sua parte estremista (i fascisti – o viceversa le famigerate truppe titine). Dimenticare la storia è sempre pernicioso.

    In tutta sincerità credo che nessun civile, a meno che non viva sulla propria pelle violenze estreme (tipo Sabra e Shatila) oppure sia soggetto fin dalla nascita ad un vero e proprio lavaggio del cervello, sia favorevole alla guerra: la subiscono tutti, sia chi parte per il fronte e vive mesi d’inferno rischiando la pelle ogni giorno, sia chi resta a casa vivendo di stenti e privazioni e con i propri cari lontani ed in pericolo costante di vita. Per cui effettuare bombardamenti o operazioni di rappresaglia contro civili indifesi – per quanto essi abbiano pur potuto appoggiare regimi dispotici e guerrafondai – mi pare un crimine imperdonabile. Il generale dell’USAF Curtis LeMay, a proposito dei bombardamenti al napalm di Tokyo e Kobe (quest’ultimo crudemente narrato da Takahata nello straziante cartone Una tomba per le lucciole), effettuati col solo scopo di annichilire psicologicamente il popolo giapponese (arrendetevi o morirete tutti), confessò ad un cronista: “Io suppongo che se avessi perso la guerra, sarei stato processato come un criminale di guerra.” Sempre da wikipedia: … Più recentemente, lo storico Tsuyoshi Hasegawa argomentò in “Racing the Enemy” (Cambridge: Harvard UP, 2005) che il fattore principale che determinò la decisione del Giappone di arrendersi non furono le bombe atomiche ed i bombardamenti sulle città, ma la rinuncia sovietica al patto di neutralità nippo-sovietico e quindi il timore di una guerra contro l’Unione Sovietica. Il fatto che il bombardamento dei civili giapponesi sia stato giustificato con il pretesto di risparmiare la vita ai soldati americani ed alleati evitando loro una sanguinosa invasione via terra, è stato oggetto di aspri dibattiti nel successivo dopoguerra.
    Con questo non voglio dire, come ben ricordavi, che sia un crimine uccidere un civile in un’operazione di guerra, mentre dei soldati (regolari e non) sia possibile fare carne da macello; però un civile è lì nella sua terra a cercare come te di sopravvivere alla guerra (anche se magari dice convinto di odiarti); mentre un soldato dovrebbe essere quell’omone che ti entra in casa col fucile spianato per deportarti o ucciderti, il che giustifica in genere la reazione degli interventisti.

    Facendo mie le tue _bellissime_ parole: «Per me ogni vita umana è preziosa. Nemmeno quella di un dittatore sanguinario andrebbe tolta, se se ne può fare a meno.», ribadisco che, proprio quale loro logica conseguenza, la guerra non è MAI ‘la soluzione’, a mio avviso. Per me la guerra è equiparabile al suicidio della ragione, e alla perdita della facoltà umana di riconoscersi/immedesimarsi nell’altro: è incredibile pensare a tutte quelle specie animali che, per risolvere conflitti sociali, adottano comportamenti che, seppur violenti e bellicosi, non risultano mai mortali.
    Perciò è importante ricordare le foibe, ed è un gran danno che a moderare il dibattito non ci sia chi esprime pensieri/interrogativi come i tuoi.
    Ma queste sono solo opinioni personali.

  17. Purtroppo sappiamo che, quando Mussolini annunciò la guerra, riuscì perlomeno a riempire le piazze di folla esultante. E perché non ci furono diserzioni di massa? Le domande la stragrande maggioranza degli italiani se le fece durante la guerra o dopo, e questo non è scusabile.
    Ogni tanto quando mi accorgo del livello di rabbia e violenza a cui si è arrivati in Italia, o leggo delle minacce di Beppe Grillo, mi preoccupo che possa scoppiare qualcosa di nuovo.

  18. Vedi quanti spunti acuti proponi e quanti (preoccupanti) interrogativi sollevi? E invece sulla stampa ufficiale tutti in coro a parlare – negli stessi termini e con le stesse parole, a seconda della propria fazione – dei processi di Berlusconi, dell’imparzialità della Bocassini, della detassazione dei redditi da lavoro, della durata del governo, etc. E’ un discutere a latere che né cambia la realtà, né suggerisce nuove prospettive.
    Mi domando sempre di più che fine abbia fatto (o se esista ancora) la classe intellettuale italiana… o forse è il Friuli che – come per Pasolini – vi ingravida di dubbi…

  19. – Non so come si possa pensare di formulare un giudizio storico senza cercare di conoscere nei limiti del possibile i dati reali.
    – Non capisco come si possa mettere un’aggressione (decisa senza dichiarazione di guerra contro uno stato che fino allora era rimasto neutrale) con smembramento ed annessione e mezzi repressivi quali la trasformazione in una notte della città di Lubiana in un campo di concentramento – la notte fra il 22 e 23 febbraio 1942 – e poi fucilazioni e rastrellamenti e incendi di villaggi e campi di concentramento che hanno provocato – solo per le responsabilità italiane – 250 mila vittime jugoslave -, sullo stesso piano delle cosiddette e successive foibe che hanno provocato a detta della stessa autrice del blog (citando eminenti storici) fra le 3 e le 4 mila vittime italiane. Mettere i due eventi sullo stesso piano significa fare un ragionamento puramente ideologico.
    – Non capisco come si possa dire (ipocritamente) che il numero non conta, quando è proprio sulla lievitazione continua e incontrollabile dei numeri che si è basata tutta l’operazione Giorno del Ricordo, operazione che è diventata un mito fondativo della 2a Repubblica (consentendo il riciclaggio in democrazia dei fascisti trasformati da guerrafondai in vittime) e oggi della 3a Repubblica, che ha bisogno della liquidazione definitiva della Costituzione nata dalla Resistenza. Il Giorno del Ricordo si è trasformato infatti, sostanzialmente, in una continua manifestazione antipartigiana.
    – Non capisco come si faccia a fare tanti bei ragionamenti sulla guerra e sulla pace quando non si sa (o non si vuole) discriminare tra chi ha iniziato e chi ha subito, tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi è stato vittima e chi è stato carnefice, tra azione e reazione, e si mette sullo stesso piano l’attacco e la difesa. Gaia Baracetti scrive in una sua risposta: «Non penso si possa biasimare gli antifascisti italiani preoccupati all’idea di ritrovarsi in una Jugoslavia comunista.» Si possono invece biasimare gli sloveni e i croati della Venezia Giulia che non solo erano preoccupati, ma avevano addirittura il terrore, data l’esperienza precedente, di tornare sotto l’Italia?
    – Non capisco come non ci si preoccupi del fatto che la documentazione usata oggi dagli storici di destra e purtroppo anche da gran parte di quelli accademici, sia una documentazione creata prima dalla propaganda nazifascista nel 1943 e poi dalla propaganda democristiana durante la guerra fredda. Oggi, la giornata del ricordo, a livello ufficiale, si basa su quella documentazione, riproposta in grande stile a livello massmediatico da certe organizzazioni degli esuli come la ANVGD senza neppure un dubbio.
    – Non capisco come si possa non accorgersi della estrema disparità fra il “Ricordo” delle foibe, e l’assoluta amnesia, anzi CENSURA fatta in Italia rispetto ai crimini fascisti, in Jugoslavia come altrove. Un vero e proprio peccato di omissione collettivo. Viviamo in una continua tremenda menzogna e fino a quando non si ristabilirà una coscienza collettiva dei precedenti crimini italiani, ci sarà, di tutta questa vicenda, soltanto una percezione falsa e ipocrita.
    – Che questa percezione sia falsa e ipocrita, ideologicamente sbilanciata dalla parte dell’italianità (e anche un po’ razzista) lo si capisce anche da certe spie del linguaggio, come quando (nonostante la continuamente sbandierata “medietà”) Michele scrive «i fascisti – o viceversa le famigerate truppe titine». Voglio solo far notare a chi è riservata l’aggettivazione.

  20. – Non capisco come si possa travisare totalmente quello che uno dice. E’ vero che sono – purtroppo – notoriamente famoso per essere infelice nell’esprimermi, però non immaginavo tanto.

    Relativamente al passo: «…i fascisti – o viceversa le famigerate truppe titine…», non ho premesso nulla al termine ‘fascista’ perché, a casa mia, i termini «fascista» e «nazista» sono intrinsecamente negativi e diffamanti. (Scrivere «i cattivi nazisti» parrebbe far presupporre l’esistenza anche di «nazisti buoni», che per me è un po’… un ossimoro). Ho invece scritto «famigerate» truppe titine perché per me «truppe» ha il significato neutro di “corpo militare”, e volevo invece indicare quella specifica componente estremista delle truppe di Tito che si distinse purtroppo per gesti efferati (sono sicuramente ignorante anche in storia, ma non credo che tutti i soldati di Tito fossero angioletti, nessuno escluso).

    Quanto al numero dei caduti, volevo ironicamente “bacchettare” le due storiche, perché mi pareva che la discussione stesse deviando un po’ troppo sul tecnicismo delle fonti, perdendo di vista quegli aspetti che a me, soggettivamente, paiono più importanti. Quando la discussione decade (a mio avviso) su questioni di questo tipo (numero di morti), si finisce per scadere in assurdità del tipo ‘ranking’ degli eccidi: come, ad esempio, sentir dire che Sant’Anna di Stazzema è più importante delle Fosse Ardeatine, perché a Sant’Anna caddero in 560, mentre alle fosse ‘solo’ in 335. Come se ci fossero eccidi di serie A e stragi di serie B. Per me le foibe non sono meno importanti, ad esempio, del bombardamento di Dresda (circa 30.000 morti, un ordine di grandezza in più): sono entrambe episodi orribili della guerra. Punto. Inoltre, che si ammazzino civili innocenti con i gas, o le raffiche di mitra, o la fissione nucleare, o il napalm, a me non interessa: io voglio che non si ammazzi nessuno (spero almeno questo di averlo espresso chiaramente).

    Un’ultima precisazione, a questo punto d’obbligo per fugare ogni dubbio: sono (molto) a sinistra politicamente, assolutamente antifascista, adoro la nostra Costituzione che rivendico partigiana (anche se sotto le sue gonne trovano posto tutti per la sua magnificenza) e, se ancora non si fosse capito, sono un pacifista non violento. Come ho già scritto sopra, la storia mi interessa proprio per individuare le responsabilità (leggi = chi ha cominciato? chi ha fatto precipitare gli eventi? etc.) ed impedire dunque che crimini analoghi si ripetano in futuro; però, quando si parla di vittime, come dice Gino Strada, io non faccio distinzioni, perché siamo tutti uomini. E quando ti trovi davanti un corpo sventrato o dilaniato, non gli chiedi se sia fascista o comunista, ma cerchi di salvarlo. Tutto qui.

    P.S.
    Mi scuso fin d’ora se con le mie parole posso aver offeso la sensibilità politica di qualcuno. Non è nelle mie intenzioni: però soffro molto l’incapacità di comunicare, che reputo l’inizio di tutti i conflitti, appunto.

  21. Cerco di chiarire quello che volevo dire, anche se penso di essere stata chiara sin da subito e non c’è più sordo di chi non vuol sentire.
    L’attendibilità delle fonti e il numero di morti sono importanti per stabilire la verità; io, nel mio piccolo, a suo tempo ho fatto uno studio utilizzando fonti sia archivistiche, sia memoriali, sia presentate in testi altrui ma comunque primarie, sulla base delle quali ho tratto delle conclusioni che ho presentato in forma completa nello studio succitato e in forma sintetica e divulgativa in questo post. Non ritengo che il blog sia il posto giusto dove discutere una per una le mie fonti, tanto più che non credo di poter pubblicare qui il mio articolo per intero (è su una rivista storica disponibile sia online che, credo, gratuitamente negli archivi universitari, non so se posso pubblicarla qui e in ogni caso occuperebbe troppo spazio). Chi è curioso può leggerla e farsi un’opinione dell’attendibilità dei vari rapporti e dell’uso che ne faccio. Penso che una fonte non sia necessariamente completamente attendibile o inattendibile, ma possa fornire, anche suo malgrado, alcune informazioni mentre ne occulta altre. Anche la propaganda, se letta in un certo modo, rivela qualcosa. Quando una fonte italiana, magari filo-fascista, parla di squadristi infoibati, o quando una fonte slava parla di infoibamenti o eccessi repressivi, sappiamo che le parti stanno facendo ammissioni che in un certo senso danneggiano la loro posizione, e quindi è probabile che dicano il vero. Questo è un metodo, non IL metodo.
    Non mi sono soffermata eccessivamente sulla questione dei numeri perché mi sono concentrata su altro e avevo limiti di spazio. La cifra che mi sembra più accettabile, alla luce della storiografia e delle fonti che ho visto, è quella di qualche centinaio di morti in Istria nel ’43 e un numero maggiore di vittime, perite in vario modo, nel ’45. La cifra totale è maggiore del numero dei soli infoibamenti, per i motivi che ho spiegato. Non so se si possa parlare di duemila o quattromila o qualcosa in più, ma ho comunque ritenuto di poter prendere per buono quell’ordine di grandezza e concentrarmi su altro. Siamo lontani quindi dai numeri della propaganda, che arriva a diecimila vittime – cifra per cui non ho trovato riscontro.
    Nessuno ha messo i crimini fascisti sullo ‘stesso piano’ di quelli che genericamente chiamerò jugoslavi, a meno che per ‘piano’ non si intenda quello dell’analisi storica. Credo di essere stata chiara, anche se sintetica, riguardo alla gravità di questi crimini e al fatto di essere venuti ‘prima’. Se però l’argomento è ‘le foibe’, questi crimini sono l’introduzione necessaria, ma non il cuore della discussione. E comunque penso che non si possa solo parlare di semplice vendetta, perché si sa che ci fu anche altro e perché il concetto di colpa fu esteso in maniera spesso arbitraria; mentre alle volte, suggeriscono alcune fonti, ci furono fascisti importanti che riuscirono in qualche modo a sfuggire.
    E questo a prescindere da considerazioni personali su quanto moralmente accettabile sia la vendetta o la punizione con morte o tortura.
    Io penso, Alessandra e Claudia, che bisognerebbe finirla con questo meccanismo mentale automatico per cui bisogna sempre sottolineare: ‘hanno cominciato loro!’, e ‘ma loro erano più cattivi!’. Questi, chiedo scusa se mi permetto e non commento sulle vostre persone ma sul tipo di ragionamento, sono atteggiamenti infantili. Conosciamo le responsabilità di A, certo, ma questo significa che non esiste sede in cui ci si possa concentrare sulle responsabilità di B? Così ogni atto viene solo ricondotto al precedente e quindi privato di ogni significato se non quello di reazione, ma la storia non è una semplice azione-reazione: ognuno decide come comportarsi. Gli storici devono capire la scelta più che giustificarla.
    Tornando alla questione nazionale, dicendo che non si poteva ‘biasimare’ gli italiani che non volevano stare in Jugoslavia ho dato, in effetti, un giudizio, anche se piuttosto blando e in reazione ad altri giudizi, secondo cui l’esercito jugoslavo, essendo alleato, non doveva incontrare resistenza. Questo non è realistico: in guerra, al di là delle formalità, ognuno agisce non solo per lealtà (spesso obbligate dai rapporti di forza) ma anche in base ai propri interessi. Partigiani tutti e alleati, pur combattendo sullo stesso fronte e magari anche con rispetto reciproco, prendevano spesso decisioni autonome o azzardavano mosse non autorizzate o concordate in nome di ideali e obiettivi di guerra. Nel caso specifico, gli antifascisti italiani di Trieste e giuliani si barcamenavano in una situazione estremamente complessa in cui ogni alleanza era rischiosa perché rischiava di compromettere uno o più dei tanti obiettivi concomitanti ma spesso contrastanti (sconfitta del nazifascismo, italianità oppure rivoluzione comunista, collaborazione con gli jugoslavi….)
    Riformulando, posso dire che è logicamente comprensibile che la popolazione italiana (non tutta, ovviamente) non volesse stare sotto la Jugoslavia, per di più comunista, e questo non significa che non fosse altrettanto logica la posizione di chi, da parte slava, desiderava l’annessione alla Jugoslavia e temeva un ritorno all’Italia. Ognuno aveva i suoi motivi, come anche li avevano i collaborazionisti slavi di vario tipo o i repubblichini, per schierarsi da una parte o dall’altra. Ci furono interi popoli che sostennero militarmente la Germania per sfuggire, o perché speravano di sfuggire, all’oppressione sovietica. In Friuli avevamo i cosacchi. Anche qui c’è un ‘prima’ di violenze subite, però poi c’è una scelta con tutte le sue conseguenze.

  22. Non capisco cosa centri il pacifismo in questo caso. C’è qualcuno che parla, senza documentazione, di decine di migliaia di infoibati e qualcuno che, documentalmente, dice che si è trattato di un numero molto, ma molto minore. C’è qualcuno che su questi numeri gonfiati ha creato una montatura immensa e razzista contro la lotta di liberazione jugoslava e su questa montatura ha costruito il proprio riciclaggio politico, e qualcuno che studia per sgonfiare questa montatura. Poi c’è qualcuno che invece di scandalizzarsi di questa enorme montatura che è arrivata fino al presidente della repubblica, quindi fino a tutti noi che da lui siamo rappresentati, tira fuori il pacifismo come se chi dimostra che in Istria l’ordine di grandezza di uccisioni e infoibamenti è stato di centinaia di unità e non di decine di migliaia sia qualcuno che vuole la guerra. E non si è neppure accorto degli intenti di “reconquista” dell’Istria e Dalmazia che sono intrinsechi ai discorsi gonfiati relativi alle foibe, a cominciare dalla scelta della data del 10 febbraio, giorno del trattato di pace, invece eventualmente del 10 giugno, giorno dell’entrata in guerra, o del 6 aprile, giorno dell’inizio dell’aggressione alla Jugoslavia, da cui è invece cominciata la tragedia dell’Istria. Il suo mi pare un pacifismo inconsapevole dei veri motivi delle guerre. Se pensa che la capacità di comunicare sia all’origine dei conflitti, allora dovrebbe pensare di più – anche grammaticalmente – a quello che scrive: nella locuzione “le famigerate truppe titine” si intende, in italiano, “tutte” e non quella “specifica componente estremista delle truppe di Tito” e quando si parla di “truppe titine”, è difficile leggerci il “neutro”, come dice lei, “corpo militare”. Ricordo poi che il termine “titine” non è molto di sinistra, come lei dice di essere, ma è un termine dispregiativo usato dalla destra. Le ricordo anche che le truppe “titine” sono nate come un corpo partigiano, formato da gente del popolo per difendersi dall’aggressione nazifascista, non sono loro che hanno cominciato la guerra e non hanno aggredito nessuno. Evidentemente in tempi di politically correct, di slavi e comunisti si può continuare il linguaggio di sempre senza nessuna preoccupazione.
    Concludo dicendo che non ho mai sentito nessuno fare un assurdo confronto fra Sant’Anna di Stazzema e Fosse Ardeatine. Continuamente invece vengono fatti assurdi paragoni fra “foibe” e “shoà”. Forse è su questo tema che lei dovrebbe esercitare meglio la sua capacità di comunicazione, polemizzando con coloro che fanno questi paragoni, e non con chi cerca di capire ciò che è veramente successo.

  23. Cara Alessandra,
    se effettua una ricerca sulla seguente pagina web di wikipedia, vedrà che anche in quel documento si fa riferimento a «truppe titine» (il capitolo è quello della conquista di Fiume). Ce ne sono ovviamente anche altre (ad esempio qui, sempre su Wikipedia), ma non le riporto tutte perché, secondo google, i link sono 5.500 circa.
    Deduco logicamente che, oltre ad essere io un destrorso disprezzante, lo sia anche Wikipedia: almeno non sono solo, ma in buona compagnia.

    Io rinnovo le mie scuse [anche a Gaia che, a causa dei miei post, è stata trascinata in questa (a mio avviso) sterile polemica]: ho parlato di pacifismo proprio per rispondere alle sue accuse, che mi pareva mi tacciassero in qualche modo di fare il gioco politico di chi da destra usa strumentalmente questi temi per colpire la sinistra. Ho cercato soltanto di esemplificare il mio pensiero.

    Io e Lei vediamo i tragici fatti delle foibe da due angolazioni differenti: io (da ignorante pacifista) ci vedo inizialmente il crimine contro l’uomo; Lei, che è più radicata di me nella storia e nel vissuto di quei luoghi, va oltre e invece si sofferma anche (e soprattutto) su come la storia abbia interpretato quei tragici eventi, e su tutta la polemica che ne è scaturita. Non è detto però, che queste angolazioni siano antagoniste o incompatibili: mi spiace vederla tanto sulla difensiva. Conosco pochissimo di questa polemica, per questo non ne faccio menzione.

    Quello che mi premeva ricordare (e mi pare che il trend di questo post mi stia dando mio malgrado ragione) è che spesso, su tematiche di valenza politica, le persone che hanno una forte matrice ideologica finiscano per perdere di vista gli eventi, per parlare principalmente di quella che è stata la loro interpretazione e dell’uso che ne viene fatto in termini politici.

    Glielo dico con sincerità, anche se so che per questo Lei avrà un pessimo giudizio di me: a me interessa non tanto che «…c’è qualcuno che parla, senza documentazione, di decine di migliaia di infoibati… …qualcuno che su questi numeri gonfiati ha creato una montatura immensa e razzista contro la lotta di liberazione jugoslava e su questa montatura ha costruito il proprio riciclaggio politico… …qualcuno che tira fuori il pacifismo come se chi dimostra che in Istria l’ordine di grandezza di uccisioni e infoibamenti è stato di centinaia di unità e non di decine di migliaia sia qualcuno che vuole la guerra… etc.»; sul revisionismo del foibe non conosco nulla, e sinceramente non nutro profondo interesse, così come sui negazionisti della shoà e assurdità simili. Mi interessa di più capire l’animo umano e cercare di afferrare cosa spinga un uomo, in situazioni estreme come quelle di un conflitto, a compiere atti così atroci e bestiali. Tutto qui.

    Lo dico perché poi il processo si ripete, si è ripetuto e purtroppo si ripeterà; e mentre i vindici delle ragioni della destra e della sinistra continuano ad accapigliarsi sugli «avevo ragione io su quelle liste» o sul «avete cominciato prima voi le stragi» e sul «no, prima voi», nel mondo queste oscenità continuano alla grande, senza curarsi delle loro diatribe.

  24. Non mi pare che Wikipedia sia la fonte di tutte le sapienze. È indubbio che sia in qualche caso utile, ma con discernimento, perché essendo fatta, almeno in teoria, dal concorso degli utenti, se gli utenti usano un linguaggio scorretto è logico che la scorrettezza la si trovi poi moltiplicata migliaia di volte. La frequenza non è un criterio né di verità né di correttezza. È il (tragico dal punto di vista culturale) paradosso del sistema Wiki e ci si dovrebbe preoccupare di questo meccanismo perverso, l’errore che si autoalimenta, e cercar magari di trovare dei rimedi. Per quanto riguarda poi le due voci che lei mi indica su Wikipedia, la prima, relativa a “L’occupazione jugoslava dell’Istria e della Venezia Giulia”, è una voce curata da nostalgici della X Mas; mi meraviglia che non se ne sia accorto. È talmente piena di tanti errori storici a cominciare dal titolo (l’Istria fa parte della Venezia Giulia, non è un’altra cosa) per passare poi alle cose più gravi tipo le bufale sull’arresto di Rainer da parte della X Mas e sul contrasto fra Borghese e Rainer (Borghese e la X Mas rimasero al servizio e agli ordini dei tedeschi fino alla fine), che mi meraviglia che lei non se ne sia accorto. Che indichi quindi questo sito per giustificare l’uso da parte sua del termine “titini”, la dice molto lunga sulla sua consapevolezza di questi problemi storici (e forse anche sulla sua matrice ideologica, forse inconsapevole… può succedere). Poi, se come lei ammette, non conosce la storia, in questo non c’è nulla da vergognarsi, ma sicuramente non c’è nessun motivo per pontificare sull’argomento.
    Per quanto riguarda la sua convinzione che «le persone che hanno una forte matrice ideologica finiscano per perdere di vista gli eventi, per parlare principalmente di quella che è stata la loro interpretazione», penso che lei la possa usare come criterio per una buona autocritica.

  25. Per favore, adesso basta: questa conversazione sta diventando surreale.
    Mi associo al gruppo, temo molto numeroso, di coloro che non conoscono i dettagli del rapporto tra Borghese e Rainer e che addirittura scriverebbero Venezia Giulia E Istria. La compagnia degli slavofobi revanscisti diventa sempre più folta.
    Michele, hai capito cosa devi fare: comincia con una buona autocritica, ammetti a te stesso di essere un nostalgico fascista, e cerca dei rimedi per gli errori di wikipedia.

  26. Cara Gaia,
    ho appena finito di ascoltare alla radio un bell’intervento di Weizman su quella che lui ha ribattezzato «la necroeconomia», ovvero lo studio tattico del cosiddetto «male minore» da parte delle forze militari moderne.

    Discorsi simili li sentii fare ad ufficiali che saltuariamente ‘ci erudivano’ durante il mio servizio di leva (fu allora che mi colpì la gara a suon di morti sul numero dei civili uccisi dai nazisti o dai comunisti. Chi totalizzò di più?) e già allora mi sembravano fuori dal mondo; che adesso le forze di intelligence abbiano anche dei software(*) che consentano di calcolare il numero di ‘vittime collaterali’ (che, per essere eticamente accettabile dall’opinione pubblica, deve essere sempre ‘inferiore a 29’ (!) per un obiettivo importante) mi sembra davvero fuori della grazia di Dio (se esiste).

    (*)…For Colonel Hudson and his fellow analysts, if collateral damage is a potential problem with a target, they have a new tool they can employ to help decision-making. A computer software program called the Fast Assessment Strike Tool — Collateral Damage (FAST-CD) looks at the target, its surrounding terrain, the direction and angle of attack, and the particular characteristics of the munition proposed for the strike and generates an image of an irregular-shaped “probable damage field” that looks somewhat like insects hitting a car windshield at high speed. The value of the program, a version of which was first used for planning purposes in Operation Desert Fox (1998), is its speed. It now takes as little as 15-to-30 minutes to generate a predicted result using FAST-CD, instead of the two hours to several days that was once required…

    Se il numero di vittime innocenti supera il 29, allora è meglio chiamare il comando operazioni e interpellare… gli avvocati!:
    …If it looks like collateral damage can’t be avoided, then intelligence analysts recommend against a strike to the joint force commander, according to Hudson. “And lawyers sit next to us throughout” the process, he added.

    Questa sì che è democrazia… un sapiente bilanciamento tra il costo della bomba che scarico in testa al terrorista di turno e l’eventuale risarcimento dei familiari delle vittime innocenti (o il numero di voti alle prossime elezioni) in caso di strage a vuoto (perché non è sempre detto che il terrorista aspetti paziente nell’edificio il bombardamento: a volte va via prima).

  27. Il commento era finito nello spam, non so perché, l’ho ripescato adesso.

  28. M sono riletto tutto, pagina e commenti. Perche’ io vorrei capire.
    NOn posso negare che in questo momento io sono cosi’ preoccupato dalla martellante, asfissiante propafaganda dell’ortodfossia marxista, internazionalista, progressista e dal supporto criminale alla balcanizzazione, alla sirianizzazione erupera per sostituzione e invasione migratoria, che considera quelal parte nello spazio dei problemi (e leggo con fastidio gli interventi di Alessadra, perche’ percepisco quel negate la storia, quella tensione sadica verso una storia e una realta’ piu’ giusta che porta, in una via ben lastricata di eccellenti (?) intenzioni alle peggiori distopie della storia dell’umanita’ , quelle del comunismo reale).
    il mio istinto mi porta a considerare la sinistra marxista (perche’ era ed e’ sinistra anche quella fascista, proprio per quello le due parti sono in competiizone ideoogica cosi’ aspra) come massimo pericolo, proprio perche’ ora, va in direzione di interanzionalizzare, di frammentare, di mescolare cio’ che deve stare accuratamente separato.
    Mi ricordo, in vacanza in Hugloslavia, nella seconda meta’ degli anni ottanta, l’odio dei croati e nei confronti dei serbi e nei confronti della (anti)politica comunista titina di spostare, di mischiare, di frammentare grupi etnici con altri gruppi etnici (l’applicazione sociologica dell’incubo intrnazionalista che nella sua arroganza nega storia, scienza e conoscenza).

    La tensione dovebbe essere verso la questione “come possiamo imparare della storia ed evitare che queste polveriere multietniche tornino ad esplodere?” e inveve, noto, ora, oggi, il fanatismo masosadico di questi invasati marxistoidi, intenazionalisti che va esattamente nella direzione di creare un vaso di pandora siriano europeo, con tutto e il contrario di tutto imposti dai neo soviet a vivere gomito a gomito, ad odiarsi prima e a esplodere in odio e violenza poi.

  29. Certo e’ che in quest anni mi hanno scassato i cabasisi martellandomi come degli ossessi sulla resistenza (riducendola rozzamente tutta la resistenza a quella comunista) e omettendo tutta la parte scomoda della storia, le purghe nel triangolo rosso emiliano, Porzus, l’eccidio di Vicenza, foibe, etc. .
    Leggendo un libro di Gaia sono venuto a conoscenza della Kosakenland, del dramma del popolo cosacco oggetto di attenzioni da parte dei comunisti e poi del dramma in Carnia, tra povera gente, quando i cosacchi sono arrivati in essa fuggendo dalle persecuzioni staliniste.

    La storia e’sempre la storia dei vincitori e ritengo che a questo non sfugga certo la scrittura secondo “sonistra” ortodossia, in troppi punti omissiva, della storia secondo il punto di vista “partigiano”/ antifascista.
    Ecco, io sono interessato anche alla storia che narrano i vinti.

  30. Sì ma la storia non si fa per odi o simpatie, ma analizzando i fatti e cercando di capire le motivazioni. Altrimenti non è storia ma tifoseria.

  31. Gent. Gaia, ti ringrazio per avermi segnalato i commenti postumi di questo UnUomo.InCamino, ma non ho intenzione di rientrare in questa polemica. Credo che i miei interventi al tuo articolo nel 2013 siano stati gli ultimi da me fatti in un blog. Ritengo questo sistema inadatto a qualsiasi discussione. Almeno in osteria una volta quando si discuteva ci si vedeva in faccia.:-) Ho riletto tuttavia con interesse l’articolo e i commenti del 2013. Un cordiale saluto. Alessandra Kersevan

    >

  32. > Sì ma la storia non si fa per odi o simpatie, ma analizzando i fatti e cercando di capire le motivazioni.

    Ci sono eventi che si dipanano in lustri o in decenni. Il primo esempio che mi viene in mente è il conflitto israelo-palestinese. La catena degli eventi è così lunga, una faida a vari ordini di grandezza superiore, che:
    1 – è assai difficile o impossibile trovare un primo e assoluto colpevole;
    2 – entrambe le parti, come succede in ogni conflitto, hanno compiuto vari crimini contro i nemici.

    Ancora prima delle motivazioni, spesso su un piano antropocentrico che rivestono ciò che la guerra è SEMPRE, ovvero l’essere un conflitto per le risorse (in antichità il territorio, dal XIX secolo il petrolio, poi l’acqua, etc.) bisogna capire le cause.

    Toni Negri (stra)parla dei “nazionalismi” come barbarie come non fossero barbarie le mattanze nei “paradisi” multietnici del passato o quelli correnti, nascente in Europa o in atto in Siria.
    Ora, il tentativo comunista di internazionalizzare le genti mescolando e incastrando coercitivamente i vari nazionalismi uno dentro l’altro è peggio perché è una massimizzazione folle dell’entropia sociale.
    Solo dei cretini, o dei criminali invasati di utopie distopiche, possono pensare di mischiare glicerina e acido nitrico in tante piccole porzioni.

    Allora, se da una parte ci fu un tentativo assai cruento di separazione etnica nei Balcani da parte dei vari nazionalismi, compreso quello fascista (se pensiamo alla mitigazione e prevenzione del conflitto su scala temporale medio lunga avrebbe pure un senso il tenere separato ciò che esplode a contatto!), la risposta comunista titina, mi pare di capire, fu prima quella della pulizia etnica della comunità giuliana (e fin qui siamo nel contesto storico di quel periodo appunto e cioè alla separazione etnica) poi di procedere a deportazioni e spostamenti forzati di vari gruppi etnici nel territorio jugloslavo, al miscuglionamento, alla macedonia multietnica industrializzata e calata dall’alto, dai vertici. Tito a seguire le orme di Stalin, appunto.

    Ora, però noi ora conosciamo la storia, l’etologia, scienza e conoscenza etc. .
    Osservare la galassia progressista, para/ultra/post/comunista, marxista, che torna di nuovo a riproporre, apologizzare e a imporre dall’alto ai territorio lo “internazionalismo neosovietico reale” ovvero l’innesto forzato di masse sterminate ostili come quella islamica, mi pare un crimine ancora più grave. Il perseverare è diabolico.
    L’esperienza dei Balcani non ha insegnato nulla e come ogni invasato, ogni fondamentalista, ora la “sinistra” ripropone la stessa “cura” del male con maggiori dosi di male.
    La coda di paglia sta anche nel negazionismo della pulizia etnica comunista antiitaliana in Venezia Giuila e in Dalmazia e nel comportamento omissivo, ambiguo se non complice della galassia comunista italiana, a partire da Togliatti.

    Abbiamo i neosoviet razzistianti o razzisti postivisti sostituzionisti che stanno ripercorrendo la stessa folle, criminale politica dello “internazionalismo reale”, del vaso di pandora multietnico.
    La ragione viene infoibata un’altra volta.

    Allora, per non scendere nei meandri dell’analisi storica storica, si osserva una strategia e si osserva che la direzione è, diabolicamente, ancora la stessa come e sempre la stessa la hybris di invasati moralisticheggianti.

  33. La Jugoslavia era mista già prima del comunismo, come tantissimi altri posti nel mondo. Lo stesso Friuli in cui vivo ha numerose minoranze e questo è un suo orgoglio. La Svizzera ha trovato una formula per far funzionare le differenze e la non omogeneità. Questo non significa che vada bene creare potenziali conflitti, ma che la compresenza di vari gruppi linguistici/etnici/religiosi non sia di per sé una garanzia di conflitto.

  34. Certo Gaia, ma penso che gli ultimi conflitti intestini in svizzera risalgano al Basso Medioevo o giù di li, idem per il Friuli. trattandosi poi di meri scontri politici, senza rivendicazioni etniche o religiose di rilievo. Altra cosa è un Kosovo o una Bosnia attuale, dove è in crescita l’influenza islamica radicale o una Macedonia, dove parecchi cittadini musulmani tengono il poster di Erdogan in casa.

  35. I musulmani dei Balcani erano i più moderati (soprattutto quelli di Bosnia Erzegovina) di tutti all’inizio del conflitto: i meno aggressivi, i meno fanatici religiosamente, i meno nazionalisti, probabilmente anche i più disposti a convivere alla pari con gli altri gruppi. La radicalizzazione islamica è stata in buona parte una conseguenza, più che una ragione, della guerra: quando devi difenderti, ti fai aiutare da chi è disponibile a farlo, che poi vorrà averne qualcosa. Gli scontri più sanguinosi nella storia recente comprendevano quelli tra croati e serbi, entrambi cristiani, che sarebbero l’equivalente di uno scontro tra denominazioni religiose o tra italofoni e francofoni o germanofoni in Svizzera. La domanda quindi è: perché in Svizzera differenze molto sostanziali (come quelle di lingua) non scatenano la pulizia etnica, e in Jugoslavia, ogni tanto, sì? Quali sono i fattori che fanno sì che all’improvvisamente ti interessa dove va a pregare o come parla il tuo vicino?

  36. La società statunitense è un’evidente esempio di distopia multietnica. Se sbagli quartiere in certe ore, rischi la vita.
    Anche in Russia le violenze interetniche di ciò che rimane del miscuglione della ex URSS, ora che la repressione comunista è venuta a mancare, sono assai frequenti.
    Le devastazioni e gli scontri che avvengono regolarmente dimostrano che non sono bastati due secoli a sanare il problema multietnico.
    Terzani osservava che gli SUA non esplodono solo perché hanno un pesante coperto fatto di repressione.
    Si può osservare il Libano, poi la Siria, la stessa intraguerra indo-islamica nella “guerra” di indipendenza Indiana, se non si vogliono osservare i Balcani.
    L’Iraq è tutt’ora un vaso di pandora multietnico / multireligioso / multiconfessionale (si pensi alla guerra tra le confessioni sciita e sunnita dell’islam).
    Non ci furono foibe perché in quei posti non esistono fisicamente. Ma eccidi e forme di soppressione collettiva del “nemico” non mancano.

    La questione è che la guerra e’ SEMPRE una guerra per le risorse (ovvero di sovrappopolazione ovvero, per essere precisi, di impronta ecologica eccessiva rispetto alla biocapacità) e in un contesto instabile le differenze etniche/religiose/linguistiche sono dei detonatori, sono scintille in un pagliaio.
    Anzi, come ho indicato, anche in società nei quali non c’è la miseria, come gli SUA o in Francia (si pensi alle banlieue) i contatti tra gruppi ostili portano a molta violenza. Non si può dire neppure che sia un problema di miseria.

    Mi dicono che le società scandinave sono già precipitate in una barbarie relativa, rispetto al loro civismo tradizionale. Furti, borseggi, pestaggi, rapine, fino all’esplosione di stupri in Sverigstan (Svezia).
    E non è che i “neo svedesi” siano alla miseria o alla fame.
    Molte foibe arriveranno prossimamente in Europa, dopo Atocha, Bataclan, Nizza, etc. .

  37. La miseria e’ anche relativa (scusate, computer inglese). Basta percepire di avere molto meno di chi ti sta accanto, soprattutto se per motivi ingiusti. Esiste anche una miseria non materiale ma di potere, di rispetto, di rappresentanza…
    Se la tua teoria bastasse a spiegare i conflitti, dovrebbe spiegare anche l’assenza di conflitto in condizioni come quelle che tu descrivi. Dovrebbe inoltre spiegare come mai society’ relativamente omogenee, quali la Spagna degli anni ’30, precipitino nella guerra civile.

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