Figlio mio, lascia questo paese nella merda

Appena mia madre mi ha segnalato l’articolo: “Figlio mio, lascia questo paese”, apparso ovunque sul web stamattina, senza neanche leggerlo sapevo già che avrei voluto scagliarmi con quanta più forza possibile contro questo invito ad un grande atto di vigliaccheria generazionale. Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, invita il figlio a lasciare l’Italia con le solite motivazioni: carenza di meritocrazia, egoismo, eccesso di litigiosità, bassi stipendi, mancanza di veri valori… tutto vero, per carità, tutto con debite eccezioni. E allora cosa fa questo padre, animato certo da sincero affetto? Consiglia al figlio, con il cuore in mano, di lasciare famiglia, amici, paese, per trasferirsi da qualche altra parte.
Insomma a pararsi il culo, a lasciare l’Italia in mano a mafiosi, incapaci, mediocri, vecchi che non mollano il potere (e quando mai qualcuno molla il potere di propria volontà?), e criminali vari? A lasciare in Italia quei poveretti che ancora si battono contro la mafia, per l’ambiente, per una politica partecipata, per la cooperazione internazionale… o gliela giriamo la lettera di Celli anche a loro? Facciamo il primo esodo di massa della storia da un paese ricco e pacifico? Perché qui mi pare che tutti sono convinti di meritarsi di più di quello che hanno.
L’ho già scritto e detto molte volte, e lo ripeto (e la nota finale di Celli mi fa pensare che lo sappia un po’ anche lui). Tutti sono liberi di andare dove gli pare, ma non è così che si risolvono i problemi. Dobbiamo stare qui, e lottare, dove sta scritto che abbiamo il diritto ad ereditare una società perfetta e non fare altro che godercela? La meritocrazia non è solo intragenerazionale, ma anche intergenerazionale. Evidentemente noi siamo una generazione di incapaci, perché l’Italia continua ad andare peggio, e noi ce la squagliamo alla chetichella! Perché se stiamo a lottare, i risultati magari li vedranno le generazioni dopo, e io devo forse sacrificarmi per chi verrà dopo di me?
Però Celli è troppo ottimista. Perché non: figlio mio, lascia questo pianeta? In fondo, ci stiamo avvelenando da soli, come specie non ne abbiamo per molto, e anche se dovessimo sopravvivere al disastro ambientale che abbiamo creato, l’effetto serra sta facendo salire i mari, cambiare il clima e spostare così tanta gente che la Lega rimpiangerà il 2009, per non parlare della mancanza di meritocrazia e dell’egoismo planetario: prova ad essere un bravo studente e fare carriera da un villaggio nel deserto o da una bidonville. Bisogna lasciare questo pianeta che non ci merita. Chissà se sulla Luna danno buoni assegni di ricerca.

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11 risposte a “Figlio mio, lascia questo paese nella merda

  1. Ehila, l’ho letto anche io stamattina, ti diro’ che l’analisi e’ impietosa e condivisibile,
    ma condivido anche la tua esortazione (anche se io sono uno di quelli che se n’e’ andato).
    Avendo parlato frequentemente di questo argomento, io credo che forse partire non sia del tutto sbagliato. Mi spiego: partire, andare via da un sistema che non ti premia, farsi il culo da un’altra parte e accumulare soddsifazioni, e poi, quando il momento e’ giunto, mettersi in rete con tutti gli altri e tornare in Italia fra 10 anni o che ne so (quando il paese stara’ annaspando) e, forti di esperienze e curriculum senza scheletri nell’armadio, fare un culo cosi’ a tutti quanti, tutti assieme! E cambiare le cose. Cosa ne pensi?
    Un saluto da Leeds,
    Tommaso.

  2. Ciao Tommaso,
    dunque partire di per sé non è sbagliato, anzi è un’esperienza arricchente. Io stessa sono partita tante volte! E poi a partire, è vero, ci vuole anche coraggio. Se l’autore dell’articolo, o i tanti come lui, avessero detto: parti figlio mio, vedi il mondo, impara, e spero che vorrai tornare a mettere al servizio del tuo paese quello che hai imparato, bè, io non avrei avuto niente su cui scrivere il post. Poi è chiaro che se uno va all’estero e si sposa e sta lì non è che lo vai a prendere con l’accalappiacani: ehi tu! al servizio del tuo paese, fila!
    Se poi uno parte perché la sua idea di dare un contributo alla collettività è fare il ricercatore e scoprire una tecnologia o una cura (o un papiro antico!) utile per tutti, e lo può fare solo lì, bè, non posso certo condannarlo, anzi, anche se io magari ho un’altra idea.
    Oppure farsi un periodo all’estero, insomma, sono tutte cose del tutto legittime e anche raccomandabili.
    Ma questo atteggiamento del si salvi chi può, dell’abbandonare la barca che affonda, questo io critico.
    Su quale sia poi il momento giusto di agire, non lo so. Ognuno sa quando è pronto, è una questione anche personale. Però non si può negare che ci stiamo precipitando a tutta birra verso lo sfacelo, adesso

  3. Ciao Gaia, ho letto il tuo articolo quasi per sbaglio, su facebook.
    Devo dirti che è straziante l’argomento di per sè, al di là del pensiero che può esprimere una o l’altra persona: il problema centrale è il merito?
    Questo è appurato, sentire la corruzione legittimata e accettata è uno strazio, e qualsiasi pensiero autentico deve riconoscere ciò.
    Fermo questo punto, non me la sento di giudicare chi se ne va. Non tutti i giovani come noi sono in grado di permettersi di aspettare in eterno, chi non è ricco di famiglia cosa deve fare? Farsi la gavetta da garzone di bottega come nel 1700 oppure migrare in un altro paese dove ci sono prospettive molto più interessanti?

  4. Premetto che l’articolo di Celli è di una retorica soffocante, teleologico e lamentoso. Ma a retorica non rispondiamo con retorica! 😛
    Trovo che per quanto riguarda l’emigrazione non si possano fare discorsi generali. Il modello più recente ed accettato per descrivere i flussi migratori prende in considerazione
    1)l’ambizione ad emigrare
    2)l’abilità/possibilità di farlo
    3)la costruzione sociale di un immaginario riguardante l’Estero

    Per quanto riguarda l’ambizione immaginiamo una campana di Gauss (distribuzione normale) ai cui estremi vi siano le persone più povere e le persone più ricche.
    I più poveri non hanno prospettive per il futuro e non hanno i soldi per progettare una “fuga”. I più ricchi al contempo non ne hanno l’ambizione perché percepiscono di avere tutto ciò di cui hanno bisogno.
    Ma tutti coloro che stanno nel mezzo?
    Tra questi vi sono
    – i precari che vivono con 800 euro al mese
    – i ricercatori/giornalisti/ecc. (i brains) che hanno risorse insufficienti e la possibilità di andarsene. L’articolo di papà Celli si rivolge chiaramente a questa seconda categoria, per la quale non mi sentirei di giustificare l’emigrazione tout-court… ma se effettivamente le possibilità di lavoro non ci sono, come biasimarli?
    Ogni sacrificio deve avere un senso e se non si è in grado di trovarlo questo sensoè perché come giovani difettiamo di un immaginario, di un senso di partecipazione al cambiamento… e in questo Celli, nel parlare di individualismo non sbaglia.
    Ciò che trovo surreale è il suo modo di dipingere un “estero”, non tanto ben definito, bovarista oserei dire… i problemi che descrive sono sentiti ovunque

  5. Cervelli, Tommaso, non “brains”, che diamine! 🙂
    Bè io volevo rispondere a provocazione con provocazione (un’orrenda parola giornalistica, non trovi? che cosa sarebbe una “provocazione”?). Chiaro che poi non si possono mettere in due scatole quelli che partono e queli che restano, e furbi uni e scemi gli altri, o cattivi gli uni bravi gli altri.
    Comunque tu fai ottime osservazioni. Io non biasimo nessuno a livello personale. Io biasimo una generazione che sceglie una via del tutto legittima, ma una via di gratificazione immediata e individuale, invece che di sacrifici protratti nel tempo per un miglioramento collettivo.
    E poi, è assolutamente vero che l’estero, questo magico estero, viene idealizzato. I miei amici in Canada e Regno Unito, e le persone che conosco in Germania, persino in Bosnia-Erzegovina, certo fanno carriera più in fretta. Ma anche loro sono, o sono stati, alle prese con lavori poco qualificati, debiti, dubbi… e poi in Italia si vive bene, anche se la stiamo distruggendo.
    E se veramente vuoi, anche in Italia ce la fai. Ci metterai più tempo, dovrai ingoiare più rospi, rinunciare a più cose, ma alla fine, nessuna strada è del tutto sbarrata. Ne so qualcosa… piano piano si arriva, e senza compromettere i propri principi

  6. p.s. “difettiamo di un immaginario”… bellissimo. In fondo, cosa sogniamo? Un buon lavoro ben retribuito. Bello, ma poi? Davvero non riusciamo a pensare oltre? Io sarò un’invasata, ma sento che tutto si può fare. Appunto per questo sono ancora qui, masochisticamente. Per una serie di sogni che mi sembrano possibili, realizzabili, di un mondo come lo vorrei… (e scusa la retorica)

  7. Io penso che tutti debbano darsi da fare per il cambiamento in Italia, è un dovere civile.
    E’ un dovere che noi italiani sentiamo poco perchè non ci è stato insegnato granchè-io mi ricordo le prediche che mi faceva mio padre sul valore dell’onestà, ma quanti padri fanno o facevano discorsi del genere?
    Dobbiamo gioire dei piccoli segnali di cambiamento, ad es. ho letto poco fa dei progressi della raccolta differenziata, e impegnarci nelle cose in cui crediamo.
    Questo vale per tutti, io penso che non si può fare come dice Tommaso (farsi il culo fuori dall’Italia per 10 anni poi tornare per migliorare).
    Se vai via, vai via per te stesso; se torni, torni perchè quello che hai raggiunto all’estero serve a te per fare carriera in Italia (se non sei tagliato fuori e ti è impossibile tornare).
    Creo che sia molto difficile che qualcuno torni in Italia e possa importare il modus vivendi sociale che esiste in paesi con più coscienza etica del nostro.
    Tornare serve ipoteticamente a te perchè vuoi fare carriera in Italia come l’hai fatta all’estero, siamo sinceri.
    Fatemi sapere se c’è qualcuno che è tornato in Italia a fare il benefattore sociale senza essere costretto dai meccanismi che conosciamo (nepotismo, corruzione ecc.) ad adeguarsi al paese che è come l’ha lasciato, se non peggio.
    Solo chi resta in Italia e si impegna da dentro a cambiare le cose, con i fatti e le parole, può sperare in un cambiamento e non chi va via per poi-forse-tornare.

  8. Non sono d’accordo, invece uno stando all’estero può potenzialmente imparare delle cose da mettere in pratica quando torna, la circolazione di persone non fa certo male! Il punto è se si torna, quando, perché…

  9. appunto: se si torna, quando, perchè.
    Chi va via-a meno che non vada via da studente, com hai fatto tu-di solito va via per la sua gratificazione e carriera e non per aiutare il paese; se torna, di solito lo fa per lo stesso motivo.
    Ma sono pochi quelli che tornano e quanti tornano sono in difficoltà nell’applicare quello che hanno imparato all’estero. A meno che uno vada ad imparare una tecnica per poi applicarla in Italia; da medico, mi è venuto in mente l’ex cardiochirurgo di Udine che è andato da Barnard ad imparare a operare il cuore.
    E’ una cosa diversa, si va per imparare qualcosa di specifico e poi si torna indietro e la si applica.

  10. In realtà la proporzione di idealisti che agisce “Per salvare il paese” è davvero ridotta… ma chiunque torni e con i soldi guadagnati apra una piccola impresa, oppure diventi consulente o così via, sta già aiutando il suo paese… ma da questo punto di vista, col nostro continuo non-reagire/non organizzarci contro soprusi e scandali stiamo davvero dando un’immagine all’estero che invogli i nostri migranti a tornare?

  11. potremmo “sfruttare” le energie di quelli che vengono, degli immigrati giovani e pieni di voglia di fare, e con le palle. compenserebbero ampiamente quelli che se ne vanno. e sono anche istruiti

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