partire vs restare

La gente si stupisce sempre che io stia a Udine. Me ne stupisco anch’io. Mi sveglio la mattina e penso: ma sono ancora qui? Ma se vado, dove vado? Non certo a far festa a Barcellona (molto di moda). Condivido questi dilemmi, perché penso non siano solo miei.
Recentemente ho fatto delle interviste, che dovrebbero uscire a breve su Il Nuovo, ai ragazzi del progetto studentato internazionale di pace, che vivono assieme a Udine, vengono da paesi mediorentali in conflitto, eccetera. La cosa che più mi ha stupito è stata una ragazza turca per cui la politica è una ragione di vita -più della famiglia, più di sè stessa, più di tutto. Io non conosco nessun altro così. Magari in certi ambienti è diverso, ma non tanto: la nostra è una generazione figlia di grandi disillusioni, di grande individualismo, di grandi riflussi. Credo che la famiglia, quella che si ha o quella che si vorrebbe fare, sia l’unico valore che regge ancora -e non sono per niente convinta sia sufficente, né che sia il migliore su cui costruire una società.
Per il resto, siamo un disastro. Abbiamo tentato l’Onda, ed è bastato che la temperatura scendesse sotto lo zero per fermarci. Abbiamo i movimenti giovanili antimafia, e sono soli, isolati e minoritari -l’unica cosa che sento dire, solitamente, dai miei amici del Nord, è che al Sud a vivere non ci andrebbero mai, e che i loro problemi se li devono risolvere da soli. A parte qualche occasionale manifestazione di precari, ci lasciamo sfruttare come se non ci fosse alternativa, e appena possiamo ci lamentiamo sui giornali che ci sfruttano. Ma non ci ribelliamo davvero.
In tutto questo, la soluzione spesso è contenuta nella parola magica: Estero. Dove gli stipendi solo più alti, dove c’è tolleranza, meritocrazia, opportunità. Io dico: restiamo qui a lottare, e mi sento rispondere: ma perché devo sprecare la mia vita, non c’è speranza, là posso fare il ricercatore, qui marcisco… è vero. In fondo, io sto facendo queste considerazioni, per l’ennesima volta, dal salotto di casa mia, non certo dalla testa di un corteo. Nel mio piccolo, marcisco anch’io.
Però la soluzione Estero, per quanto comprensibile, è la più individualistica che si possa immaginare. Io continuo a credere di poter fare qualcosa. Una mia amica ieri mi ha mandato in crisi: dice che sono fatta per fare l’accademica. Un po’ lo vorrei, ammesso che ci riesca. Ma come potrei essere utile al mio paese, che va a rotoli, chiudendomi tre anni in un’università a studiare qualche problema che di sicuro potrebbe aspettare tempi più tranquilli? Io vorrei agire adesso, ma come?
E’ un paradosso. Da quattro anni sono qui, in Italia, e la mia unica ossessione è rendermi utile. Ma come? Dove? Restare a Udine, una città che a parte qualche sussulto, quando il resto dell’Italia fa irruzione anche qui con le sue leggi o i suoi drammi (l’Onda, Eluana, il Sunsplash…), si limita a vivere nella sua routine, sollevandosi solo per preservare qualcosa: l’albero di Natale tradizionale, i parcheggi, la quiete del centro, la cristianità del cimitero di Paderno… penso davvero di poter fare qualcosa qui? cosa può una persona sola? a quali sacrifici sono disposta?
Udine è come il divano di casa mia, è così vecchio e comodo, che ti ci siedi e fai una gran fatica a rialzarti. Tanta gente dice: me ne vado, me ne vado, e poi è ancora qui. Vigliaccheria, o fedeltà? Tanto non sembra servire a niente restare. L’unico vero grande motivo per cui Udine è cambiata, negli ultimi decenni, è perché  ha aperto l’università, grazie ad un movimento di massa di trent’anni fa. Tutti gli altri (pochi) che hanno provato a fare qualcosa, oltre a quello che naturalmente l’università portava, non sono riusciti a combinare granché. Eppure Udine potrebbe essere un esempio, un modello, un rifugio – ma a parte Honsell quando è a caccia di applausi, non sembra crederci molto nessuno.
Allora penso di scegliere un’altra città italiana. Ma c’è crisi ovunque, è difficile trovare lavoro anche nelle grandi città, dove magari c’è più spazio per la militanza. E poi, che grande città scegliere? L’Italia ha distribuito qualcosa dappertutto, e in un certo senso, il NordEst è centrale quanto Roma, o ci sono tante battaglie da combattere a Reggio Calabria quante a Milano. Dove stabilirsi? Se non ti stabilisci non combini un granché.
Le università funzionano grazie a logiche che frustrano molte tra le migliori giovani menti del paese. I giornali hanno pochissimi soldi e tantissimi aspiranti giornalisti. Quel poco che ho visto della politica dei partiti mi ha fatto passare la voglia di farne in prima persona.
A differenza di quella che è considerata la norma, io non ho tra i miei obbiettivi la carriera o la famiglia. Forse perché ho le spalle coperte, ma sento prima di tutto l’esigenza di rendermi utile facendo quello che so fare. E se dopo tutto questo tempo sono ancora qui a chiedermi: come?, forse o sono sbagliata io, o sono sbagliati questi anni.

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Una risposta a “partire vs restare

  1. Finalmente hai fatto un outing (civile) con i controfiocchi, dovrebbe stare subito dopo la presentazione “Chi sono”. Il tuo post è talmente angosciante quanto veritiero che magari qualche occhio o cervelletto ne verrà aperto. Speriamo. D’altronde chi non sta comodamente seduto sulla poltrona mentre lo legge, compreso il sottoscritto?

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