il mondo del lavoro -parte quarta

Siamo arrivati al punto in cui fallisco miseramente il mio obiettivo di vincere un dottorato, ma decido lo stesso di lasciare il lavoro nella grande distribuzione. Per i mesi successivi, vivo con i soldi che ho messo da parte, mangiando minestre di fagioli perché costano poco (e non dovendo pagare l’affitto, va bene), e arrabattandomi con lavoretti: poso per un pittore a Trieste, mi faccio tagliare i capelli per 50 euro ai corsi di parrucchieri, leggo per una professoressa non-vedende (la più povera tra tutte le persone per cui ho lavorato negli ultimi due anni, ma l’unica che abbia avuto l’onestà e la coerenza di retribuire il mio lavoro in modo dignitoso). Quest’estate, mi accorgo che no, non riesco a mantenermi con il giornalismo come avevo sperato. Faccio domanda in un’associazione culturale: mi propongono tre mesi e mezzo di periodo di prova, pagandomi “qualche centinaio di euro al mese”. Dopo tre settimane di lavoro, mi azzardo a chiedere che equivalente numerico hanno attribuito alla parola “qualche”. Cento-duecento euro al mese, mi sento rispondere. Cosa?? Ma io mi devo mantenere!!
Di nuovo alla ricerca disperata di un lavoro. Ne trovo uno a vendere cibo in una bancarella. A nero, naturalmente, e se mi ustionavo o se mi fracassavo un alluce, erano solo cazzi miei. Naturalmente, non ho denunciato: se accetti delle condizioni, poi le devi rispettare, e poi loro mi hanno pagato subito e si sono comportati bene con me. Ma perché con i controlli non li prendono mai??
Nell’associazione culturale, nel frattempo, riesco a strappare un piccolo aumento. Alla fine ho lavorato dal 20 luglio all’8 novembre per 800 euro, in tutto. Senza contratto, con il primo pagamento che è arrivato a ottobre.
E rieccomi da capo. In tutto questo tempo, io volevo solo fare la giornalista, e di gente che mi farebbe scrivere o lavorare e mi vorrebbe pure pagare ce n’è anche, ma sempre mi dicono: non abbiamo soldi. Ed è vero. Non è solo la crisi. E qui arrivo al punto finale. Ogni giorno che passavo in quel gigantesco negozio, vedendo scorrere tra le mie mani fiumi di denaro, pensavo: ma perché queste persone non spendono un po’ meno per pilette e calzini, e un po’ più per libri, musica, giornali? Perché si pensa che il possesso materiale arricchisca la nostra vita più della conoscenza e dell’arte? Perché siamo pieni di centri commerciali, ma non abbiamo nessun caffè dove la gente si siede a leggere? E poi, perché le persone vogliono essere informate gratis? Nessuno certo veniva da noi, arraffava una borsa, e usciva: “prendo questa, grazie”. Eppure, i migliori giornali, le migliori radio, i migliori siti, sono ancora lì a supplicare con il cappello in mano: siamo indipendenti, facciamo buona informazione, se credete in noi, sosteneteci!
Io ogni tanto lo faccio. Io faccio anche altre cose strane, tipo vado a farmi riparare le scarpe dal calzolaio e se posso mi faccio fare i vestiti dalla sarta, perché penso che sia meglio essere sarta e lavorare in autonomia e con creatività, piuttosto che essere operaia in qualche fabbrica o commessa. Se non c’è buon lavoro, è anche colpa di come spende i soldi la gente. Spesso venivano da me dei clienti a sgridarci perché avevamo merce made in China. Non vuoi che si delocalizzi? Non vuoi che i lavoratori vengano sfruttati? Vuoi che i giovani abbiano un futuro?
E allora che cazzo ci fai in un centro commerciale.

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2 risposte a “il mondo del lavoro -parte quarta

  1. la tua riflessione mi è piaciuta moltissimo. che dire? tutto vero, sempre purtroppo. Tra l’altro mi sa che oltre all’associazione culturale, abbiamo in comune pure la multinazionale francese come esperienza lavorativa… pensa un pò.

    da qualche parte ho letto: “ogni difficoltà è una possibilità”. coraggio.

  2. Io non mi scoraggio, anzi. piuttosto temo che a forza di ridere di tutto quello che mi capita potrei diventare demente

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