il mondo del lavoro -parte terza

LSE Library02Ho fatto sembrare il mio lavoro nella grande distribuzione vagamente spaventoso, ma ogni tanto quasi lo rimpiango, vedendo cosa è venuto dopo (se non leggono quello che ho scritto fin qui, può darsi pure che un giorno mi toccherà chiedergli di riassumermi). Innanzitutto, poco prima di lasciare, avevo tentato l’esame per un dottorato. Priva di contatti nel mondo accademico, avevo pensato di provare con La Sapienza di Roma. A rigor di logica, una selezione per il dottorato non dovrebbe passare per un esame, troppo vago, soprattutto nelle materie umanistiche, ma per titoli, colloquio, e una proposta di ricerca. Ma alla Sapienza hanno deciso di fare un esame-scrematura. Quindi ho passato l’estate su un libro di storia scritto negli anni ’70 che il professore mi aveva consigliato, non sapendo che si trattava di una crudele fuorviazione.
Prima però bisogna raccontare come ho gestito la parte burocratica ante esame.
Inghilterra: voglio fare domanda per un master alla London School of Economics, sul sito controllo che la mia media canadese sia superiore alla media minima di voti che alla LSE pretendono da chi ha studiato in Canada (hanno una tabella con tutti i paesi), affermativo, un paio di email e telefonate alla mia università candese, e mandano tutto il materiale necessario all’università inglese senza chiedermi di pagare (ho già pagato abbastanza). Gli sembravo una buona studentessa, e mi hanno preso. Tutto è stato fatto e verificato tramite internet.

Italia. Con una serie di telefonate a Roma scopro che gli basta la dichiarazione di valore, cioè un pezzo di carta ufficiale che dica che non mi sono inventata tutto e sono veramente laureata in Canada. Naturalmente, questo non può rilasciarlo la mia università canadese, eh no. La mia autentica laurea in inglese e latino (inglese! latino!) non gli sembra abbastanza autentica. Allora devo mandare le mie carte ad un amico in Canada (santo), lui le porta ad un traduttore ufficiale, poi le va a prendere e le porta al consolato italiano a Montreal, le leggono, mi fanno una dichiarazione ufficiale, e il mio amico mi rimanda tutto in Italia. Tra copie notarili, spedizioni superassicurate, traduzioni, e balzelli vari, la cosa costa svariate centinaia di euro. Potevo fare a meno di fare l’università all’estero, in effetti.
Poi devo fisicamente portare tutto a Roma. Arrivo nell’ufficio dell’università dopo una notte in treno abbracciata ai miei insostituibili documenti. C’è un tizio che sbraita contro le impiegate perché è la millesima volta che viene lì e non ha ancora ottenuto niente. Quando se ne va, l’impiegata mi guarda e mi dice: “è così nervoso…”, con il tono di una madre preoccupata. Finalmente consegno le fotocopie. Tralascio di raccontare la parte in cui, tornata in stazione, mi accorgo di averle perse e inizio a scapicollarmi in giro per Roma Termini in preda al panico.
Un po’ dopo tutto questo, telefono a Roma per confermare che la mia domanda sia a posto.
“Un attimo che vado a prendere il faldone…”
“….”
“… Baracetti, sì c’è”
“Gentilmente, potrebbe dirmi quanti siamo a fare domanda?”
“Oh, doveva dirmelo prima, l’ho già rimesso a posto…”

Il giorno dell’esame, dopo l’appello eccetera, prendono le tre buste con le domande. Assurdità nell’assurdità, ne viene estratta a sorte una, e le altre domande te le leggono solo per farti venire il nervoso in caso tu sapessi proprio quelle. Il mio caso. “Le conseguenze della caduta del muro di Berlino” -bè, lì ci puoi ficcare veramente tutto. “Nazionalismo tra settecento e ottocento” -l’avevo previsto! E invece estraggono proprio “Europa e il nuovo mondo tra XV e XVI secolo”. Ma… il professore non mi aveva detto di studiarla, non la so! E poi, scegliere un dottorando mettendolo alla prova con un temino che sembrerebbe vago e sciatto persino per un esame di terza media??
Mi sono alzata ridendo e me ne sono tornata a Udine senza scrivere neanche una riga.

Non sarò mai una storica, ma quest’anno mi sono presa la mia rivincita. Avevo fatto una buona tesi di master sulle foibe, la volevo pubblicare, ho chiesto ad un professore di Londra come fare, mi ha dato un paio di consigli e mi ha detto: qui non è l’Italia, la mandi alla rivista che ti interessa, senza bisogno che un professore ti faccia da tramite.
Alla rivista è arrivata questa tesi di una signorina nessuno, l’hanno letta, gli è piaciuta, me l’hanno fatta sistemare fin nei minimi particolari (hanno sommato le liste di morti per vedere se tornavano i conti), e poi me l’hanno pubblicata. Mi hanno chiesto di fare una nota biografica, ma io non avevo niente di cui bullarmi. “Giornalista freelance”, c’è scritto accanto al mio nome, umilmente, e dì grazie che ho potuto mettere quello.
(fine terza parte)

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