Università virtuosa

logo_piccoloMi aspetto titoli trionfali sul Messaggero Veneto domani: l’Università di Udine è tra gli atenei riconosciuti “virtuosi” dal Ministero dell’Istruzione, e quindi riceverà più finanziamenti pubblici. Per la precisione, è al nono posto tra tutte le università italiane e, se ho letto bene la tabella, dovrebbe vedere i finanziamenti aumentare dell’1,95%. Tanto? Poco? Basterà a recuperare anni di sottofinanziamento? Non ne ho idea, forse ce lo spiegheranno. Non ho neanche capito cosa intendano esattamente al Ministero con “qualità della ricerca e della didattica”, speriamo venga spiegato meglio nei prossimi giorni anche questo. Questo, comunque, è quello che scrive il Ministero:

Ecco, di seguito, i parametri con i quali sono state valutate le Università:

in base alla qualità della ricerca si è tenuto conto:

  • per il 50% delle valutazioni dell’agenzia Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali;
  • per il 20% del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente;
  • per il 30% della capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca.

In base alla qualità della didattica si è tenuto conto:

  • per il 20% della percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea;
  • per il 20% delle Università che tengono corsi con i propri insegnanti di ruolo e che limitano il ricorso a contratti e docenti esterni. In questo modo si vuole limitare la pratica non virtuosa della proliferarazione di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo;
  • per il 40% della quantità degli studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno. Questo per premiare le Università che curano la didattica e in generale gli atenei che limitano la dispersione;
  • per il 20% delle Università che danno la possibilità agli studenti di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati.

Mah. Quali sono questi “parametri internazionali”? “Valutati positivamente” da chi? E se alcune facoltà fossero virtuose, ma all’interno di un’università non virtuosa? E come faranno le università non virtuose a riscattarsi, se gli si diminuiscono i fondi? E se questi questionari che compilano gli studenti finiscono per essere carta straccia? Sforzo apprezzabile, ma mi chiedo se questo sia il modo migliore di giudicare e finanziare le università, o se ce n’è qualcun altro.

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Una risposta a “Università virtuosa

  1. Pez Virgilio Paolo

    Mi permetto varie banali ritrite osservazioni, perché è semplicemente piacevole leggere (e quindi commentare) questi “parametri di valutazione”: il mondo della scuola ne è pieno a tutti i livelli. Ciò che sorprende è quanto evidentemente e assurdamente stupido sia il meccanismo in generale. Si assume che la valutazione finale sia numerica. Ogni obiettivo (es: didattica) è suddiviso in sottobiettivi a ciascuno dei quali è assegnato un peso specifico in percentuale. Ci si chiede con quali criteri avvenga questa assegnazione, e ci si sente attrarre verso il precipizio del ridicolo più penoso. Comunque, può accadere che qualche sottobiettivo non sia immediatamente quantificabile (es: capacità di intercettare finanziamenti), sicché dovrà essere ulteriormente suddiviso in sottobiettivi (ciò sono, qualsiasi siano, i ‘parametri internazionali’) con un loro peso specifico, e così via fino ad arrivare al dato numerico ultimo, diciamo in percentuale. A questo punto il calcolo è molto semplice: sia P la perc. dei laureati, P:100=X:20. X+Y+Z+W e abbiamo la valutazione in centesimi. Complicatissimo e perversissimo, questo come tutti i calcoli non può che portare da numeri a numeri. Ma i numeri di partenza, mi par di capire, hanno carattere quantificatorio, non valutativo. Pretendere che il nostro calcolo porti ad una qualità partendo da una quantità è assurdo, non essendo questo il caso che la quantità stessa sia una qualità. Non ci interessa quanti ricercatori hanno positivamente condotto le loro ricerche, ma quanto positivamente lo hanno fatto. Ci interessa l’autorevolezza dell’istituzione nell’ambiente accademico innanzitutto, non la sua capacità di arraffare (a sottolineare un interesse cieco) risorse. Interessa che i laureati siano valutati da commissioni neutrali che applichino rigorosamente i pubblici criteri di valutazione, perché interessa che l’università crei capacità e competenza: quanti trovino lavoro mi pare dipenda da una serie innumerevole di fattori, e se può condurre ad una valutazione, ciò è della capacità dell’università ad inserirsi in una certa rete di contatti (a dire: come spieghiamo la quantità di persone che ciascuno di noi conosce e che pur avendo indubbie capacità e competenze è disoccupata o svolge attività di tutt’altro genere?). Il legame poi che la proliferazione dei corsi ha con il numero di docenti a contratto mi pare molto sospetto. La proliferazione dei corsi mi pare qualcosa di estremamente complicato, che sicuramente ha a che fare anche con gli stessi finanziamenti. La figura del docente a contratto, invece, si situa entro un ben determinato sistema istituzionale e burocratico. Si tratta semplicemente di un tipo specifico di rapporto professionale, economico e giuridico fra l’istituzione e l’individuo.
    Ho detto che ciò che interessa è la qualità, non la quantità. Mi sono sbagliato. Qui si premia la produzione. E la cosa è perfettamente coerente con la tendenza generale. Perché valutare diversamente allevamenti intensivi, mobilifici dozzinali e università di massa? La valutazione concerne il raggiungimento di un fine, e qui il fine è proprio la quantità. Ma credo che chiunque impulsivamente (e magari contraddittoriamente rispetto ad altre pulsioni, come quella di far studiare il figlio) si farebbe sostenitore di un sistema meritocratico, proprio come impulsivamente chiunque sosterrebbe un regime alimentare basato su alimenti sani (magari in contraddizione con la sua tessera della Lidl). È bene quindi mettere in guardia da espressioni come ‘limitare la dispersione’. Trovo che sarebbe simile dire ‘rendere più accessibili i prezzi degli altri supermercati’. Ora, siccome ciò è presentato come qualcosa di buono, ci si aspetta che significhi “abbassare il prezzo degli alimenti più sani” (“permettere di raggiungere risultati nello studio a tutti i meritevoli indifferentemente”), ma è ovvio che molto più plausibilmente si sta semplicemente mascherando un “appiattiamo il mercato alimentare sul modello discount” (“produciamo più laureati che possiamo”). È del tutto inutile continuare su questo punto.
    C’è infine la questione della valutazione dei docenti da parte degli studenti. Non ho alcuna risposta soddisfacente disponibile. Vorrei dire che una valutazione delle competenze è assolutamente assurda. A cosa si riduce quindi la valutazione? All’aspetto didattico, formale. Ma i test a crocette sono una fregatura da questo punto di vista. Alcune domande che io stesso ho trovato erano simili a: ‘il docente fa uso di apparecchi multimediali, audiovisivi,…?’ ‘il programma è chiaro/esplicito fin dall’inizio del corso?’… Ora: cosa significa assegnare a ciò un valore da 1 a 5 (o da ‘nulla’ a ‘del tutto’)? Qual è la valutazione? La valutazione è già avvenuta, da parte di chi ha redatto il test! Se sia bene o male l’uso del computer è già deciso; che le lezioni diano maggior o minor peso al confronto, cui segue una maggior o minor flessibilità del programma è cosa già valutata. Lo studente semplicemente quantifica. Ma allora, se anche la quantificazione potesse essere efficace qui, la (credo) pretesa cooperazione docente-studenti risulta addirittura ostacolata: se non ci fosse il test, qualcuno forse sentirebbe il bisogno di esprimersi! Credo che la collaborazione sia importante, se accompagnata dalla consapevolezza dei rispettivi ruoli, ma non è facile indicare un modo efficace per garantirla.
    Nessuna soluzione infine al problema generale della valutazione degli atenei. Immagino che una direzione possa essere, se ne parla spessa a diversi livelli, l’istituzione di qualche commissione di esperti super partes. Ma molto importanti ritengo siano i più o meno espliciti rapporti accademici fra la varie università, e quindi gli equilibri (appunto, l’autorevolezza), ovviamente in settori specifici, o più semplicemente la fama di cui gode l’università (soprattutto fra gli esperti stessi).
    La questione di come indirizzare i finanziamenti una volta creato un sistema di confronto fra università mi sembra una questione politica di così ampio raggio da trascendere completamente la mia immaginazione.

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