giornalisti precari

Avrete sentito delle manifestazioni di solidarietà a Giovanni Tizian, giornalista costretto a vivere sotto scorta per le minacce seguite alle sue inchieste sulla mafia al nord, e in particolare in Emilia-Romagna. E’ bello che la società civile e i colleghi si mobilitino, anche se purtroppo lo fanno solo per alcuni casi e ignorano gli altri, cosa forse difficile da evitare, perché i giornalisti minacciati sono veramente tanti. A questo proposito segnalo l’intervento meno retorico che ho letto in merito, dal titolo eloquente “Peggio la mafia o i giornali sfruttatori?“, che denuncia come da nord a sud i giornalisti precari, tra cui anche uno come Giovanni Tizian che oggi riceve tanta solidarietà e pubblicità, facciano un lavoro difficile e pericoloso per pochi spiccioli o anche niente. Vi consiglio di leggere quello che scrive Antonello Mangano nell’articolo, purtroppo è tutto vero, io da parte mia vorrei aggiungere che la cosa è capitata anche a me, negli anni in cui ho scritto o collaborato con varie testate. Spesso i soldi da darmi proprio non c’erano, e io mi vergognavo persino a chiederli, eppure come tutti non posso permettermi di lavorare gratis, anche se ormai è quello che ci si aspetta dalla mia generazione. La verità è che lo scrivere un articolo, se non lo fa un giornalista assunto ma lo fa un giovane precario, per quanto bravo, non è trattato come un vero lavoro. Perché? Secondo me l’incapacità della categoria di farsi valere collettivamente, nonché il divario ormai in quasi tutte i mestieri tra giovani precari e ‘anziani’ sistemati, c’entrano fino a un certo punto. Mi si scusi se parlo di mercato, ma non si può ignorare che ci sia una grandissima offerta di aspiranti giornalisti, e quindi le testate possono permettersi di sfruttarli perché ci sarà sempre qualcuno che si presta e non si lamenta, sperando in un’assunzione o nella famigerata “esperienza”, che tutti ti chiedono e nessuno ti retribuisce. Inoltre, mi dispiace ma il livello dell’approfondimento dei media italiani, con poche eccezioni, è molto basso: ogni giorno mi imbatto in articoli frettolosi e superficiali, forse perché il giornalista deve scrivere tanto per mettere assieme un guadagno decente, ma anche perchè sopra di lui non c’è nessuno che pretende rigore; e in un italiano sciatto, sensazionalistico, narcisistico e frammentato che sembra servire più a schiaffeggiare il lettore che a fargli capire qualcosa. Per non parlare dell’abitudine di copincollare comunicati stampa o inchieste altrui, e farci un pezzo intero – può essere utile, ma se ne sta abusando, e poi i comunicati stampa sono praticamente propaganda, non integrarli è pigrizia pura. Insomma, c’è tanta robaccia in giro, robaccia che chiunque o quasi può fare, e il giornalista che lavora così, cioè male, finisce nello stesso calderone di quello bravo la cui bravura nessuno apprezza, o addirittura nessuno vede perché siamo abituati a sentir urlare più che riflettere.

Un altro problema è che la gente adesso vuole notizie e informazioni, ma crede di poterle avere sempre gratis. I giornali online sono quasi oscurati dalla pubblicità, e così anche molti cartacei, idem per gli altri media. E’ veramente dura far passare l’idea che il giornalismo costa come qualsiasi altro lavoro, e quindi che chi lo fa dev’essere retribuitio. Sui fondi pubblici io sono sempre più scettica: alcuni giornali, come Il Manifesto, sostengono che senza di loro la stampa indipendente e di qualità muore o si svende, mentre altri, come Il Fatto, criticano il sistema di contributi (ma non uniformemente, ammetto comunque di non seguire molto questo quotidiano quindi non posso essere più precisa.)

Io penso che l’autofinanziamento sia una forma di finanziamento migliore: ‘pubblica’, nel senso di collettiva, ma più responsabilizzante e giusta del trasferimento mediato dalla politica, poco trasparente, e sto aiutando ad esempio Radio Onde Furlane a raccogliere fondi; è anche vero che la gente non è abituata a pagare per quello che crede di poter avere gratis, senza rendersi conto che, come recita uno dei principi fondamentali dell’economia, il gratis non esiste.

Tornando alla denuncia di Mangano, io personalmente mi sono stufata di cercare di farmi pagare per quello che scrivevo, dall’alto, e ho preferito girarmi verso il basso, tenere un blog, pubblicare libri, e sperare magari un giorno di pubblicare autonomamente delle inchieste lunghe e approfondite, come ho sempre sognato, senza passare per i giornali. Non tutti però possono fare così, e non è neanche auspicabile: dei centri di raccolta, controllo e smistamento informazioni servono, ma adesso non funzionano, e bisogna essere onesti su questo punto, come fa appunto l’articolo che vi segnalo.

diseguaglianze

Un nuovo rapporto OCSE dal titolo “Divided We Stand:  Why Inequality Keeps Rising”, sull’aumento delle diseguaglianze nei paesi ‘occidentali’, ha anche una parte sull’Italia. Qui la documentazione, io copio qualche passaggio:

La disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi OCSE, più elevata che in Spagna ma inferiore che in Portogallo e nel Regno Unito. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta.

La proporzione di reddito detenuta dallo 0.1% della popolazione è aumentata da 1.8% a 2.6% nel 2004. Allo stesso tempo, le aliquote marginali d’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010.
L’aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante all’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10% dalla metà degli anni Ottanta e i redditi da lavoro autonomo sembrano ancora predominare tra le persone con i redditi più alti, al contrario di molti altri Paesi OCSE.

Sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro. Questo cambiamento sociale ha contribuito ad un terzo dell’aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie. L’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro maschile rimane, tuttavia, la prima causa dell’aumento della disuguaglianza totale.
La redistribuzione attraverso i servizi pubblici è diminuita. Come in molti paesi OCSE, in Italia sanità, istruzione e servizi pubblici destinati alla salute contribuiscono a ridurre di circa un quinto la disuguaglianza di reddito. Gli stessi contribuivano a una riduzione della disuguaglianza pari a circa un quarto nel 2000. La spesa sociale in Italia è basata prevalentemente su trasferimenti pubblici, come per esempio i sussidi di disoccupazione, piuttosto che da servizi.

La riforma delle politiche fiscali e previdenziali costituisce lo strumento più diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito in coincidenza con le fasi recessive evidenziano l’importanza del ruolo degli ammortizzatori sociali, dei trasferimenti pubblici e delle politiche di sostegno del reddito. Tali meccanismi devono essere ben congegnati al fine di ottenere i risultati sperati.
La quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi.

peak oil

Mi sono accorta di non aver scritto niente qui per una settimana, perché non avevo niente di interessante da dire – eppure internet pretende continui aggiornamenti, bisogna sempre dire qualcosa, cambiare la pagina, far trovare qualche novità. Non vorrei, ma evidentemente ne sono vittima anch’io, mi sento in colpa se non scrivo. In ogni caso, questo post non è un riempitivo, so controllarmi. Ho piuttosto l’urgenza di dire che i camionisti possono scioperare finché vogliono, e il governo può scegliere di venire loro incontro oppure no, ma nessun blocco dei tir può cambiare le leggi di questo pianeta e scongiurare la possibilità che a breve il petrolio inizi a finire, e di conseguenza i prezzi salgano sul serio. Sarebbe meglio approfittare dei rincari per cominciare a disintossicare le nostre economie e società dal petrolio, e studiare stili di vita alternativi, soprattutto per quanto riguarda trasporti e produzione di cibo.

Dico possibilità perché sto facendo delle ricerche, e pare che nessuno, nemmeno gli esperti, sappia esattamente quanto petrolio sia ancora disponibile sul nostro pianeta, quando la produzione raggiungerà il suo picco (peak oil) e inizierà a calare, o se riusciremo a superare il petrolio come fonte di energia (per motivi economici o ambientali) prima che questo si esaurisca. Con dati così poco chiari, rischiamo di rimanere senza petrolio quasi all’improvviso: dobbiamo prepararci, altro che agevolazioni sulla benzina!

Banalmente, consiglio la pagina di wikipedia sull’argomento, che contiene molte informazioni interessanti, e parla anche ripetutamente della crescita della popolazione, un fattore spesso trascurato quando si parla di economia.

Trenitalia è il male bis

C’è qualcuno che se la sa prendere con Trenitalia in maniera esilarante, anche le altre cose che ho visto sono divertenti, bravo questo ragazzo.

Romagna

Sono in Romagna, da dove viene metà della mia famiglia. Siamo venute in macchina, d’inverno si vede meglio l’Italia per quello che ne abbiamo fatto, cioè una schifezza, non ci sono più boschi nella Pianura padana (tra l’altro una delle aree più inquinate al mondo). Al massimo qualche albero sull’orlo dei campi, qualche pioppeto che verrà tagliato. Uno spettacolo desolante.

La Romagna, almeno la parte che conosco io, attorno a Rimini e Cesena, è tutta un capannone, un disordine, un centro commerciale, un parcheggio. Leggi Pascoli e pensi che non poteva essere nato qui.

lasciateci almeno gli yacht

Oh no: adesso i ricchi non possono più permettersi le barche oltre i dieci metri!! Come faranno? Persino Illy, quello che governava la regione quando c’era il centrosinistra, dovrà vendere la sua! Che ingiustizia!*

Povero re! e povero anche il cavallo! si bè, ah bè, si bè….

 

* Non sono ricchi? Secondo il corriere, ‘farsi la barca’ costa 400.000 euro almeno. Se ti piace tanto, affittala. Per me tassare il lusso è comunque secondario rispetto all’intervenire sull’accumulazione di ricchezze in sè, ma almeno è qualcosa.

l’agricoltura e il petrolio

Ne parlavamo non molto tempo fa: la nostra economia, le nostre città, il nostro stile di vita si reggono sul petrolio. Adesso che il petrolio inizia a costare di più, il sistema vacilla.

Associazioni di settore come Coldiretti e Confagricoltura lanciano l’allarme: con l’aumento dei prezzi della benzina aumenteranno anche quelli del cibo. Prendo un pezzo del comunicato stampa di Coldiretti: “Per arare un campo di dimensioni medie – sottolinea la Coldiretti – un agricoltore italiano spende oggi 150 euro in più rispetto a un anno fa. … Oltre all’aumento dei costi per il movimento delle macchine come i trattori, in agricoltura il caro petrolio colpisce soprattutto le attività agricole che utilizzano il carburante per il riscaldamento delle serre (fiori, ortaggi e funghi), di locali come le stalle*, ma anche per l’essiccazione dei foraggi destinati all’alimentazione degli animali. Ma il nuovo record raggiunto dal prezzo della benzina ha un effetto valanga anche sulla spesa con un aumento dei costi di trasporto oltre che a quelli di produzione, trasformazione e conservazione. A subire gli effetti del record nei prezzi è, infatti, l’intero sistema agroalimentare dove l’86 per cento delle merci viaggia su ruota e si stima che un pasto percorra in media quasi 2mila chilometri prima di giungere sulle tavole.”
Chi vuole i pomodori anche d’inverno? Chi vuole mangiare carne tutti i giorni? Chi è troppo pigro per andare ai mercati dei contadini? E duemila chilometri, quando abbiamo contadini alle porte di ogni città?
Ecco le conseguenze. Spero che staremo più attenti.

* da quando in qua si riscaldano le stalle? una volta i contadini andavano nelle stalle a riscaldarsi… boh.

che strana crisi, quassù

Sabato scorso è stato uno dei pochissimi, giuro, giorni in cui ho preso la macchina (che non è mia) per andare fuori Udine (io sarei l’utente ideale del car sharing, se esistesse qui). Ormai mi sento addirittura a disagio quando sono in auto, un po’ perché ho paura delle strade, ma soprattutto perché divento parte di quel traffico la cui bruttezza e pericolosità denuncio costantemente. Comunque, tornando da Tricesimo verso Udine procedevamo praticamente a passo d’uomo, perché tutte via Nazionale e viale Tricesimo erano intasate dalle auto che entravano e uscivano dai parcheggi dei centri commerciali e dei capannoni che contengono i vari mediaworld, sorelle ramonda, spacci e catene infinite che infestano una ex striscia di campagna che forse una volta era splendida, perchè in fondo, nascoste dalle insegne, scintillano le Alpi. I parcheggi erano pieni, il traffico impazzito. Io pensavo: è questa la crisi? cioè il nostro grande dramma collettivo è simboleggiato dal fatto che aspettiamo i saldi per comprare cose di cui comunque potremmo fare a meno*?

Siccome andavamo piano, mi sono messa a contare i Suv. Su un campione di 150 auto, circa una su sette era un Suv. Mi è stato fatto notare che non è molto scientifico come studio, e da quel giorno ogni mattina quando esco di casa conto (immaginatevi me che parlo da sola mentre pedalo – centododici, centotredici, centoquattordici – e apro una a una le dita guantate sul manubrio della bici, non sapendo come fare dopo il dieci). Di solito è uno su sette – otto. Oggi su 177 auto, 17 erano Suv – tra cui includo i fuoristrada e da cui escludo mini-Suv e macchine di lusso, che non conto perché non me ne intendo abbastanza. Sappiate che a Udine c’è sempre più gente in auto che a piedi, con le bici non siamo male, ma comunque in minoranza. Quindi più di un Suv ogni dieci auto è tanto.

Quello che sto cercando di dire è che a me sembriamo veramente molto ricchi, anche adesso, e questo mi fa arrabbiare. Quegli affari maledetti costano, consumano, inquinano, occupano spazio, solitamente corrono con arroganza, e sono pericolosi (fresco di oggi l’ultimo morto investito da un Suv, un bambino di quattro anni, ieri una madre ha travolto il suo stesso figlio, non è paradossale che proprio la stessa presunta strategia di difesa contro il pericolo – accompagnare i bambini in macchina – costituisca in realtà il pericolo stesso? Io mi auguro che tutte le città italiane finiscano per istituire il piedibus).

Domenica, invece, sono andata in bici al parco del Cormor, il che implica passare per il parcheggio dello stadio Friuli. Quando c’è la partita, però, le piste ciclabili sono interrotte da automobili parcheggiate proprio in mezzo, per utilizzare le già sbiadite e incomprese striscie di attraversamento ciclopedonale bisogna essere particolarmente coraggiosi, le macchine occupano ogni centimetro quadro di terra, e i vigili non fanno multe, semmai dirigono il traffico – perché le regole, persino nel ‘ligio’ nord est, valgono solo ogni tanto? Ogni auto ha solitamente uno o due passeggeri. C’era il sole, era una bella giornata, si poteva andare in bici, in autobus, a piedi, ma niente. Lo sport finisce per essere l’ennesima scusa per mettere il culo sul sedile di un auto.

A me non piace una società così. Mi fa schifo. L’automobile simboleggia tutto quello che abbiamo sbagliato e stiamo sbagliando. Rinunciamoci.

* Anch’io volevo approfittare dei saldi, perché le uniche scarpe invernali che ho sono troppo grandi e mi fanno male. Sono entrata in un negozio, cittadino perché non vado nei centri commerciali, ma tenevano la porta aperta con il riscaldamento acceso, e le scarpe erano made in Vietnam. Non ce l’ho fatta e sono uscita, sto ancora usando le scarpe vecchie. Quando smetti di sentire il bisogno di comprare, non ti manca più, e addirittura l’atto ti provoca una certa nausea.

i miei libri

Oggi mi astengo da polemiche e filippiche :) (ma so già cosa scriverò domani), per dire che ho deciso di vendere anche personalmente i miei libri, tramite questo blog, ora che credo di aver capito come ricevere pagamenti su paypal. Così potrò darli a meno: comprese spese di spedizione, 10 euro Dove si sta bene (romanzo), 12 euro La fuga e l’addio (romanzo), 5 euro La metafora dell’acqua (poesie – i link sono ad alcune pagine di anteprima). Se qualcuno li vuole può chiedermeli scrivendomi a gaiabaracetti@yahoo.com

Consiglio vivamente, a chi non l’avesse ancora vista, questa puntata di Report sulla “corsa alla terra”. Contiene tanti degli elementi che rendono questo mondo così ingiusto: una concezione di economia separata dalle risorse e dalla terra, basata invece sulla moneta (una fluttuante convenzione) e sulla speculazione; l’assurda promessa di ‘creare lavoro’ come compensazione di ogni ruberia, come se la gente avesse bisogno di un generico ‘lavoro’ anziché di cibo e altri beni essenziali; e le cazzate che insegnano nelle facoltà di economia da cui escono persone che decidono i destini del mondo – sto iniziando a convincermi che l’economia sia la teologia della nostra era.

Mi spiace che Milena Gabanelli tragga solo alla fine le logiche conclusioni: bisogna cambiare il sistema di trasporti. Io aggiungerei: consumare meno su tutti i fronti, fermare la crescita della popolazione, puntare all’autosufficenza almeno alimentare, e tenersi l’economia vicina, così da poterla controllare. Gli africani o abitanti dei paesi cosiddetti in via di sviluppo subiscono il trattamento descritto nello speciale non solo per quanto riguarda i biocarburanti o il cibo da portare nelle nuove città futuristiche della penisola araba, ma anche per altri prodotti che importiamo, persino i più superflui come fiori o mangimi per animali.