gaia baracetti

non sembra grave ma lo è

Novembre 23, 2009 · Lascia un Commento

Venerdì 13 Novembre il Senato ha approvato, all’interno della legge  finanziaria per il 2010, un emendamento che modifica la legge La  Torre-Rognoni sulla confisca dei beni ai mafiosi. Grazie a questo  emendamento sarà possibile la vendita dei beni confiscati, una modifica  sostanziale rispetto ai principi della legge 109/96 che permette oggi il riutilizzo sociale.

Più di dieci anni fa tutti insieme abbiamo raccolto un milione di firme che spinsero la legge 109/96 verso un approvazione all’unanimità, affermando  il principio che le mafie restituiscano il maltolto e che il  riutilizzo sociale divenisse il motore per il riscatto sia economico che sociale dei territori.

Con l’emendamento proposto si mette seriamente a rischio questa  possibilità. Svendendo i beni confiscati non si fa altro che favorire i  clan, che potrebbero riacquistare i beni tramite prestanomi e riciclando  soldi sporchi.

E’ importante una nostra mobilitazione e di tutto il mondo dell’antimafia sociale. Il disegno di legge si appresta ad arrivare alla  Camera per l’approvazione definitiva, urge attivarsi affinchè il parlamento ritiri questo emendamento e dia applicazione alla norma che  prevede la confisca dei
beni anche per i reati di corruzione.

E’ necessario sensibilizzare la cittadinanza e le associazioni  territoriali per sostenere l’appello che chiede il ritiro di questa  norma.

L’appello è pubblicato on-line e chiunque può sottoscriverlo andando alla home page di LIBERA (http://www.libera.it)e cliccando “Firma l’appello: niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra”.


FIRMATE E FATE FIRMARE!!

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crescita demografica

Novembre 20, 2009 · 4 Commenti

Gli immigrati in Italia, si sa, sono bersagli di attacchi continui, e nella stragrande maggioranza dei casi ingiusti. Delinquono, ci portano via il Crocifisso, ci impediscono di andare a messa, stuprano, progettano attentati, cucinano cibo che puzza, ne fanno di tutti i colori. Quando però si tratta della crescita demografica, leggiamo, come nei giornali di oggi che commentano l’ultimo rapporto dell’Istat, che la popolazione cresce grazie agli immigrati. Sempre questa gratitudine. Provate a googlare “immigrazione ricchezza demografica”, e vedrete quanti risultati. Evviva! Meno male che ci sono loro che sono giovani e fanno tanti bambini, ma noi non dobbiamo restare indietro, prendiamo esempio, facciamo bambini anche noi!

Io invece trovo niente meno che spaventoso il fatto che la popolazione italiana sia cresciuta, grazie all’immigrazione appunto, di 426,000 unità in un solo anno (se fosse per noi autoctoni, saremmo a meno ottomila). Perché non ci chiediamo cosa significa quasi mezzo milione di persone in più in un paese già devastato e cementificato, dove è praticamente impossibile trovare grandi spazi che non siano almeno punteggiati da case, strade, capannoni, o distendersi su una spiaggia deserta? In un paese con il doppio della densità di popolazione della Spagna, un paese avvelenato, in cui il consumo di risorse pro capite è due volte la media mondiale, in cui le bellezze architettoniche e naturali annegano in un mare di brutture? Un paese in cui la gente non sopporta di vivere in appartamento, vuole una macchina per ciascuno, e la villetta con giardino?

Ci dicono che questi giovani immigrati pagheranno la pensione ai vecchi. Ok, e quando saranno vecchi anche loro? Bisognerà fare ancora più figli, e così all’infinito, fino a diventare quanti, cento milioni? Ma se io devo fare dei figli non voglio che vivano in un mondo dove staranno stretti come sardine, viaggeranno per il paese vedendo solo capannoni, non sapranno cos’è la montagna intatta o un paesaggio di colline coperte dai boschi, andranno a sbattere gli uni contro gli altri sulle piste da sci o al mare perché saranno tantissimi, e infine moriranno di tumore per tutti i rifiuti industriali! Vi sembra esagerato? E l’Italia di oggi com’è? Avete presente il Veneto, per dire, o la Campania?

Io propongo soluzioni alternative al problema delle pensioni: aumentare l’età pensionabile magari con un part-time che è meno pesante, cambiare il sistema di tassazione, abolire le pensioni d’oro… ma non fare più figli possibile!

Basta con questa retorica cattolicoeconomicista che le famiglie numerose vanno aiutate (mi dispiace se mi inimico amici e parenti con queste affermazioni, le famiglie numerose fanno allegria anche a me, ma…), che se la popolazione cala è per forza un problema… E i cittadini dei paesi poveri, devono continuare a proliferare anche loro, e poi venire qui, finché l’Italia, l’Europa, scoppiano?

Ma il buon senso, in tutto questo, dov’è?

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il sunsplash e le leggi

Novembre 18, 2009 · Lascia un Commento

Il Sunsplash se ne va dal Friuli -di sua volontà, formalmente, ma di fatto quasi costretto. Questa è una pessima notizia per la nostra regione: era una grande festa, c’era ottima musica, incontri, colori, gente allegra che andava in giro sorridendo… io ci sono stata solo sei anni fa, prima che iniziassero le lamentele per i “troppi controlli” e il fatto che fosse diventato “troppo commerciale” (non so cosa vuol dire, riferisco commenti), e prima anche che mi venisse la fobia del rumore troppo forte (peccato, sarebbe stato bello fare un resoconto della visita al Sunsplash di una persona terrorizzata dall’idea di perdere l’udito). Ne ho un bellissimo ricordo, ero con degli amici, rilassata, andavo in giro e dormivo e mi svegliavo e parlavo e il giorno e la notte si susseguivano scivolandomi addosso. E non mi ero fatta neanche una canna, come può testimoniare chi era con me. Io detesto ogni tipo di droga, bevo poco, e ho una personale avversione anche nei confronti della marijuana, visto come riduce certa gente che ne fuma troppa. Ma, razionalmente, non vedo nessun vero motivo per cui la cannabis debba essere illegale, e mille motivi per cui debba essere legale.
E qui arrivo al punto della questione Sunsplash. Per quanto riguarda dati, fatti, citazioni, li trovate negli articoli a proposito (uno dei quali ho scritto anch’io, e dovrebbe uscire a breve, in caso linkerò), quindi adesso mi limito a delle considerazioni. Secondo me la maggior parte delle discussioni sul destino del Sunsplash non ha centrato il punto. E’ vero che il Sunsplash è molto di più che reggae e canne, e che si può benissimo ascoltare reggae senza fumare, e tanta gente lo fa. E’ anche vero, però, che praticamente nessuno dei difensori della manifestazione ha condannato pubblicamente il consumo di cannabis. Nessuno ha detto: ok, visto che è illegale, se noi promettiamo che non lo facciamo più, voi promettete che la magistratura e la polizia ci lasciano in pace? (a parte che c’era qualche questione legale relativa a permessi ed altri controlli, ma non facciamola complicata)
Sarebbe anche assurdo aspettarsi che lo facciano. La marijuana è una droga leggera, che provoca dei danni alla salute, ma come tante altre cose di questo mondo; è una sostanza che certo altera, ma semmai rendendo più tranquilli e pacifici, non aggressivi come l’alcol (però il Friuli doc e la Festa della birra non li tocca nessuno). Basta non fumare mentre si guida o si lavora, e se uno si rincoglionisce nel tempo libero, sono fatti suoi. E allora il problema dov’è? Infatti la gente dice: la polizia dovrebbe occuparsi di cose più serie, dovrebbe chiudere un occhio, andare a fare i controlli in posti dove girano droghe ben peggiori (cosa che a me risulta venga fatta, in linea di massima). Alcuni dicono: non chiudete il Sunsplash, chiudete il parlamento.
Ma se i politici italiani si drogano, come è dimostrato, e la cocaina è ben altra cosa rispetto alla marijuana, non vanno certo a farlo dentro il parlamento sotto gli occhi di tutti (forse nei bagni? questo davvero non lo so). Il problema del Sunsplash, invece, è che ci sono migliaia di persone che si drogano nello stesso posto nello stesso momento, e tutti lo sanno. A me non fa né caldo né freddo, soprattutto considerando che sono in gran parte droghe leggere, ma mettiamoci nei panni di persone diciamo di destra, secondo le quali al Sunsplash si violava la legge alla luce del sole, senza che nessuno lo impedisse (ricordo che il consumo è illecito amministrativo, lo spaccio illecito penale o reato).
Il dilemma secondo me è questo. Al Sunsplash c’erano degli spacciatori, per trovarli bisognava fare dei controlli, i controlli secondo gli organizzatori ed i partecipanti al Sunsplash erano aggressivi ed esagerati, mentre secondo la procura di Tolmezzo gli organizzatori erano complici, occupandosi di tenere d’occhio le droghe pesanti all’interno del festival, ma non quelle leggere – il che, prendendolo per vero, è logico e giusto da un punto di vista umano, ma non da un punto di vista legale. Ecco il punto! La legge mette sullo stesso piano droghe pesanti e droghe leggere, e quindi chi fa applicare la legge è costretto a trattarle allo stesso modo, anche se pari non sono.
Quindi, per quanto “accanimento” o “aggressività” possano aver dimostrato le forze dell’ordine e la magistratura, senza neanche entrare nel merito di questo, non è evidente che l’unica soluzione al problema, l’unica cosa da proporre e chiedere, è che la marijuana venga legalizzata una volta per tutte? Così da non dover più perdere tempo, soldi, e festival, perché la gente si fa le canne?
Altrimenti, ci troviamo nella situazione attuale: fan e organizzatori del festival dicono lasciateci in pace, che sarà mai qualche canna, parte dei politici di destra, sostenuti anche da molte persone, risponderanno che le droghe sono illegali, e francamente pretendere che polizia e magistratura chiudano un occhio davanti a comportamenti illegali non mi sembra una gran soluzione stabile e duratura, né un grande aiuto alla credibilità delle istituzioni.

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partire vs restare

Novembre 17, 2009 · 1 Commento

La gente si stupisce sempre che io stia a Udine. Me ne stupisco anch’io. Mi sveglio la mattina e penso: ma sono ancora qui? Ma se vado, dove vado? Non certo a far festa a Barcellona (molto di moda). Condivido questi dilemmi, perché penso non siano solo miei.
Recentemente ho fatto delle interviste, che dovrebbero uscire a breve su Il Nuovo, ai ragazzi del progetto studentato internazionale di pace, che vivono assieme a Udine, vengono da paesi mediorentali in conflitto, eccetera. La cosa che più mi ha stupito è stata una ragazza turca per cui la politica è una ragione di vita -più della famiglia, più di sè stessa, più di tutto. Io non conosco nessun altro così. Magari in certi ambienti è diverso, ma non tanto: la nostra è una generazione figlia di grandi disillusioni, di grande individualismo, di grandi riflussi. Credo che la famiglia, quella che si ha o quella che si vorrebbe fare, sia l’unico valore che regge ancora -e non sono per niente convinta sia sufficente, né che sia il migliore su cui costruire una società.
Per il resto, siamo un disastro. Abbiamo tentato l’Onda, ed è bastato che la temperatura scendesse sotto lo zero per fermarci. Abbiamo i movimenti giovanili antimafia, e sono soli, isolati e minoritari -l’unica cosa che sento dire, solitamente, dai miei amici del Nord, è che al Sud a vivere non ci andrebbero mai, e che i loro problemi se li devono risolvere da soli. A parte qualche occasionale manifestazione di precari, ci lasciamo sfruttare come se non ci fosse alternativa, e appena possiamo ci lamentiamo sui giornali che ci sfruttano. Ma non ci ribelliamo davvero.
In tutto questo, la soluzione spesso è contenuta nella parola magica: Estero. Dove gli stipendi solo più alti, dove c’è tolleranza, meritocrazia, opportunità. Io dico: restiamo qui a lottare, e mi sento rispondere: ma perché devo sprecare la mia vita, non c’è speranza, là posso fare il ricercatore, qui marcisco… è vero. In fondo, io sto facendo queste considerazioni, per l’ennesima volta, dal salotto di casa mia, non certo dalla testa di un corteo. Nel mio piccolo, marcisco anch’io.
Però la soluzione Estero, per quanto comprensibile, è la più individualistica che si possa immaginare. Io continuo a credere di poter fare qualcosa. Una mia amica ieri mi ha mandato in crisi: dice che sono fatta per fare l’accademica. Un po’ lo vorrei, ammesso che ci riesca. Ma come potrei essere utile al mio paese, che va a rotoli, chiudendomi tre anni in un’università a studiare qualche problema che di sicuro potrebbe aspettare tempi più tranquilli? Io vorrei agire adesso, ma come?
E’ un paradosso. Da quattro anni sono qui, in Italia, e la mia unica ossessione è rendermi utile. Ma come? Dove? Restare a Udine, una città che a parte qualche sussulto, quando il resto dell’Italia fa irruzione anche qui con le sue leggi o i suoi drammi (l’Onda, Eluana, il Sunsplash…), si limita a vivere nella sua routine, sollevandosi solo per preservare qualcosa: l’albero di Natale tradizionale, i parcheggi, la quiete del centro, la cristianità del cimitero di Paderno… penso davvero di poter fare qualcosa qui? cosa può una persona sola? a quali sacrifici sono disposta?
Udine è come il divano di casa mia, è così vecchio e comodo, che ti ci siedi e fai una gran fatica a rialzarti. Tanta gente dice: me ne vado, me ne vado, e poi è ancora qui. Vigliaccheria, o fedeltà? Tanto non sembra servire a niente restare. L’unico vero grande motivo per cui Udine è cambiata, negli ultimi decenni, è perché  ha aperto l’università, grazie ad un movimento di massa di trent’anni fa. Tutti gli altri (pochi) che hanno provato a fare qualcosa, oltre a quello che naturalmente l’università portava, non sono riusciti a combinare granché. Eppure Udine potrebbe essere un esempio, un modello, un rifugio – ma a parte Honsell quando è a caccia di applausi, non sembra crederci molto nessuno.
Allora penso di scegliere un’altra città italiana. Ma c’è crisi ovunque, è difficile trovare lavoro anche nelle grandi città, dove magari c’è più spazio per la militanza. E poi, che grande città scegliere? L’Italia ha distribuito qualcosa dappertutto, e in un certo senso, il NordEst è centrale quanto Roma, o ci sono tante battaglie da combattere a Reggio Calabria quante a Milano. Dove stabilirsi? Se non ti stabilisci non combini un granché.
Le università funzionano grazie a logiche che frustrano molte tra le migliori giovani menti del paese. I giornali hanno pochissimi soldi e tantissimi aspiranti giornalisti. Quel poco che ho visto della politica dei partiti mi ha fatto passare la voglia di farne in prima persona.
A differenza di quella che è considerata la norma, io non ho tra i miei obbiettivi la carriera o la famiglia. Forse perché ho le spalle coperte, ma sento prima di tutto l’esigenza di rendermi utile facendo quello che so fare. E se dopo tutto questo tempo sono ancora qui a chiedermi: come?, forse o sono sbagliata io, o sono sbagliati questi anni.

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Ovest – Torino-Milano, 1-0

Novembre 13, 2009 · 2 Commenti

DSCN1736Come avevo previsto, il “lungo viaggio” si sta in realtà traducendo in una lunga serie di brevi viaggi, ammesso e non concesso che ce ne siano altri. Questi ultimi giorni sono andata a Ovest, verso Torino, città che ho sognato di vedere sin da quando ascoltavo i Subsonica cantare: “un altro giorno un’altra ora ed un momento / dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento / il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco / tu sei come me” -ero a Montreal e fantasticavo del mio ritorno in patria, e Torino mi sembrava una città così originale e moderna, la volevo vedere, forse ci volevo anche vivere…
Prima però mi sono fermata a Milano, da un’amica. Da un mio personale sondaggio senza valore scientifico, tra amici e conoscenti, emerge che Milano è la città meno amata d’Italia, e che comunque per apprezzarla ci vuole un bel po’ -io, dopo alcune visite, ancora non ci sono arrivata.
Milano ha una sua bellezza nei dettagli, nelle opere d’arte, o in certe strade che ti si aprono davanti mentre vai in tram, ma senza nessuna armonia, nessun filo conduttore; è una città caotica, disordinata, che sembra essere cresciuta a caso, migliaia di palazzi in fila che non hanno nulla da dirsi, perché sono troppo diversi. Lunedì sono andata a vedere i famosi Navigli, ma sono rimasta male: il Naviglio Grande è una sordida pozza piena di rifiuti, tra cui ho notato una sega col manico rosso e un vecchio carrello della spesa arrugginito e ritorto. Al confronto la Roggia di Udine è il bel Danubio blu. La sterpaglia che costeggiava la Darsena era coperta di bottiglie vuote e lattine. Pare che d’estate sia molto più bello, però.
Milano non ha una bella atmosfera. Ho cercato un aggettivo che non fosse “grigia”, o “fredda”… poi ho pensato che Milano non mi piace perché è una città… adulta. Adulta nel senso di quarantenni in carriera, di gente che parla di soldi e affari, di famiglie mononucleari e isolate, nel senso di: i giochi sono finiti. Lo so che non è tutta così, ma quando la attraverso, questa è la sensazione che mi dà. E ovunque i miei occhi cercassero bellezza, a Milano, andavano a sbattere contro le automobili, contro un recinto visivo ad altezza d’uomo fatto di vetro e lamiera.
Milano però è un posto in cui tantissima gente finisce per dover andare più o meno controvoglia, perché “offre tanto”. In effetti ci sono cose, come la moda o l’editoria, che si fanno in buona parte lì, e in nome di quelle cose la gente ci va a vivere, e poi si affeziona.
La sera in cui mi ha ospitata, la mia amica mi ha portato ad una di quelle cose che per l’appunto si possono fare solo a Milano: in questo caso,un incontro di un gruppo di persone che una volta al mese si trovano per scambiarsi e commentare dei libri illustrati per ragazzi. Naturalmente è tutta gente che lavora nell’ambiente dell’editoria.
Quella sera eravamo nello studio di una di loro, tra le tipiche case a ringhiera milanesi, in una stanza dipinta di bianco con soppalco raggiunto da una scala senza sottoscala, i cui gradini poggiavano sul vuoto. Si sorseggiava tè e si parlava di libri. Molto radical chic.
I libri erano assai interessanti. Uno, francese, spiegava ad un bambino la morte di suo padre utilizzando brevi frasi e dei segnali stradali disegnati a mano (es. quello del riciclaggio per parlare della reincarnazione), ed era così originale, delicato e commovente, che un paio dei presenti non riuscivano a leggerlo senza piangere.
Circolavano un libro con disegni di animali in bianco e nero, un altro di fiabe russe, una parodia dei libri per bambini (“Il suicidio spiegato a mio figlio” -esilarante la parte sugli errori grammaticali da non fare nella nota d’addio), e poi un’edizione spagnola di Cappuccetto Rosso in versione gitana, presentata dallo stesso illustratore. La conversazione si è proprio bloccata su Cappuccetto Rosso, andando avanti un’ora: qual è la versione vera, quella di Perrault o dei Grimm o un’altra ancora più moderna… e poi: cos’è una fiaba classica? bisogna raccontarla ridotta all’osso, o ricamarci su? l’offerta di libri di fiabe classiche è sufficente a soddisfare la richiesta? eccetera.
Ho così scoperto che nella versione più antica (come anche in quella di Calvino), Cappuccetto Rosso si salva da sola con l’astuzia, mentre sia la brutta fine della versione di Perrault che il salvataggio ad opera del cacciatore/boscaiolo sono due aggiunte maschiliste successive (la prima è un monito alle ragazze che si lasciano sedurre dai “lupi”, la seconda insinua che le donne hanno bisogno di essere salvate da un uomo…) Quindi le riletture femministe recenti non fanno altro che riprendere un elemento che apparteneva alla storia già secoli fa… figo.
Quel circolo di amanti di libri illustrati a cui mi sono unita per una sera mi faceva pensare ad una confraternita di alchimisti, di persone che conoscono qualche segreto nascosto ai più, e di cui i più magari si disinteressano totalmente. Saper fare un libro! Che magia!
Ma i libri in Italia li leggono in pochi, purtroppo. Siccome una delle mie teorie è che se ci fossero meno automobili nel nostro paese, la gente sarebbe anche più istruita perché leggerebbe di più mentre siede sul treno o sull’autobus, ho deciso di fare uno studio dei mezzi pubblici per vedere se la mia teoria regge. Per ora i risultati sono deludenti: nei campioni presi in esame, la percentuale di lettori variava dal 5 al 30%. Continuerò a osservare. E poi nel mio studio a campione ho aproffitato per ascoltare le conversazioni altrui, per vedere se emergeva qualcosa di interessante. Finora poco. Una ragazza nera che si chiamava Bianca e parlava con accento afroveneto, e un’altra che raccontava di quando era andata in Germania e si era trovata con un gruppo di figli di immigrati calabresi che parlavano solo tedesco e calabrese, con cui perciò non riusciva a capirsi. L’Italia!

Da Milano ho preso il treno per Torino. La stazione di Milano centrale è bellissima, ma così piena di pubblicità che quasi non si notano gli affreschi. E mentre gli schermi proiettavano immagini, e le foto dei signori Beckham in biancheria andavano su e giù, per trovare un semplice cartellone giallo con gli orari giornalieri ho girato dieci minuti. Ho capito il bisogno di soldi, ma davvero giustifica una tale invadenza, una tale occupazione del suolo pubblico?

Sono finalmente arrivata a Torino martedì, e Torino mi è piaciuta così tanto che non saprei cosa raccontare, era bella da vedere, la guardavo e mi piaceva e basta. Non conoscendola affatto, mi sembrava che il suo centro storico, le sue strade ordinate, gli eleganti palazzi, i parchi, le piazze, i caffè ottocenteschi in cui immaginavo uomini baffobarbuti che preparavano l’Unità d’Italia, le luci colorate e tutte diverse, che queste cose si moltiplicassero sotto i miei piedi e davanti ai miei occhi all’infinito. A Torino mi è stata possibile una cosa che non mi era mai capitata in una città italiana: camminare su e giù per ore e non intravedere mai nulla di brutto.
E poi ho visitato il Museo del Cinema, nella Mole Antonelliana, dove abbiamo giocato con gli specchi e le illusioni ottiche, siamo passati davanti ad Alien e alle maschere di Satyricon, siamo finiti dentro Matrix, ci siamo stravaccati nelle ricostruzioni di set cinematografici e sdraiati su un letto rosso a baldacchino, abbiamo guardato spezzoni di film che hanno fatto la storia del cinema italiano su grandi schermi appesi al soffitto della mole… e dopo due ore e mezza così siamo usciti per camminare ancora, entrare di soppiatto in un grande parco lasciato a sè stesso, passeggiare sulle foglie cadute, uscire e trovare un set cinematografico in mezzo alla piazza, camminare ancora, ascoltare un gruppo di musicisti ungheresi che suonavano per strada (facevano molto Modena City Ramblers dei tempi d’oro), leggere i cartelloni con le frasi di Norberto Bobbio, fermarci in un caffè mentre fuori veniva freddo, ri-passeggiare…
Bella Torino, mi è proprio piaciuta. Tornerò.

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il mondo del lavoro -parte quarta

Novembre 8, 2009 · 2 Commenti

Siamo arrivati al punto in cui fallisco miseramente il mio obiettivo di vincere un dottorato, ma decido lo stesso di lasciare il lavoro nella grande distribuzione. Per i mesi successivi, vivo con i soldi che ho messo da parte, mangiando minestre di fagioli perché costano poco (e non dovendo pagare l’affitto, va bene), e arrabattandomi con lavoretti: poso per un pittore a Trieste, mi faccio tagliare i capelli per 50 euro ai corsi di parrucchieri, leggo per una professoressa non-vedende (la più povera tra tutte le persone per cui ho lavorato negli ultimi due anni, ma l’unica che abbia avuto l’onestà e la coerenza di retribuire il mio lavoro in modo dignitoso). Quest’estate, mi accorgo che no, non riesco a mantenermi con il giornalismo come avevo sperato. Faccio domanda in un’associazione culturale: mi propongono tre mesi e mezzo di periodo di prova, pagandomi “qualche centinaio di euro al mese”. Dopo tre settimane di lavoro, mi azzardo a chiedere che equivalente numerico hanno attribuito alla parola “qualche”. Cento-duecento euro al mese, mi sento rispondere. Cosa?? Ma io mi devo mantenere!!
Di nuovo alla ricerca disperata di un lavoro. Ne trovo uno a vendere cibo in una bancarella. A nero, naturalmente, e se mi ustionavo o se mi fracassavo un alluce, erano solo cazzi miei. Naturalmente, non ho denunciato: se accetti delle condizioni, poi le devi rispettare, e poi loro mi hanno pagato subito e si sono comportati bene con me. Ma perché con i controlli non li prendono mai??
Nell’associazione culturale, nel frattempo, riesco a strappare un piccolo aumento. Alla fine ho lavorato dal 20 luglio all’8 novembre per 800 euro, in tutto. Senza contratto, con il primo pagamento che è arrivato a ottobre.
E rieccomi da capo. In tutto questo tempo, io volevo solo fare la giornalista, e di gente che mi farebbe scrivere o lavorare e mi vorrebbe pure pagare ce n’è anche, ma sempre mi dicono: non abbiamo soldi. Ed è vero. Non è solo la crisi. E qui arrivo al punto finale. Ogni giorno che passavo in quel gigantesco negozio, vedendo scorrere tra le mie mani fiumi di denaro, pensavo: ma perché queste persone non spendono un po’ meno per pilette e calzini, e un po’ più per libri, musica, giornali? Perché si pensa che il possesso materiale arricchisca la nostra vita più della conoscenza e dell’arte? Perché siamo pieni di centri commerciali, ma non abbiamo nessun caffè dove la gente si siede a leggere? E poi, perché le persone vogliono essere informate gratis? Nessuno certo veniva da noi, arraffava una borsa, e usciva: “prendo questa, grazie”. Eppure, i migliori giornali, le migliori radio, i migliori siti, sono ancora lì a supplicare con il cappello in mano: siamo indipendenti, facciamo buona informazione, se credete in noi, sosteneteci!
Io ogni tanto lo faccio. Io faccio anche altre cose strane, tipo vado a farmi riparare le scarpe dal calzolaio e se posso mi faccio fare i vestiti dalla sarta, perché penso che sia meglio essere sarta e lavorare in autonomia e con creatività, piuttosto che essere operaia in qualche fabbrica o commessa. Se non c’è buon lavoro, è anche colpa di come spende i soldi la gente. Spesso venivano da me dei clienti a sgridarci perché avevamo merce made in China. Non vuoi che si delocalizzi? Non vuoi che i lavoratori vengano sfruttati? Vuoi che i giovani abbiano un futuro?
E allora che cazzo ci fai in un centro commerciale.

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il mondo del lavoro -parte terza

Novembre 3, 2009 · Lascia un Commento

LSE Library02Ho fatto sembrare il mio lavoro nella grande distribuzione vagamente spaventoso, ma ogni tanto quasi lo rimpiango, vedendo cosa è venuto dopo (se non leggono quello che ho scritto fin qui, può darsi pure che un giorno mi toccherà chiedergli di riassumermi). Innanzitutto, poco prima di lasciare, avevo tentato l’esame per un dottorato. Priva di contatti nel mondo accademico, avevo pensato di provare con La Sapienza di Roma. A rigor di logica, una selezione per il dottorato non dovrebbe passare per un esame, troppo vago, soprattutto nelle materie umanistiche, ma per titoli, colloquio, e una proposta di ricerca. Ma alla Sapienza hanno deciso di fare un esame-scrematura. Quindi ho passato l’estate su un libro di storia scritto negli anni ‘70 che il professore mi aveva consigliato, non sapendo che si trattava di una crudele fuorviazione.
Prima però bisogna raccontare come ho gestito la parte burocratica ante esame.
Inghilterra: voglio fare domanda per un master alla London School of Economics, sul sito controllo che la mia media canadese sia superiore alla media minima di voti che alla LSE pretendono da chi ha studiato in Canada (hanno una tabella con tutti i paesi), affermativo, un paio di email e telefonate alla mia università candese, e mandano tutto il materiale necessario all’università inglese senza chiedermi di pagare (ho già pagato abbastanza). Gli sembravo una buona studentessa, e mi hanno preso. Tutto è stato fatto e verificato tramite internet.

Italia. Con una serie di telefonate a Roma scopro che gli basta la dichiarazione di valore, cioè un pezzo di carta ufficiale che dica che non mi sono inventata tutto e sono veramente laureata in Canada. Naturalmente, questo non può rilasciarlo la mia università canadese, eh no. La mia autentica laurea in inglese e latino (inglese! latino!) non gli sembra abbastanza autentica. Allora devo mandare le mie carte ad un amico in Canada (santo), lui le porta ad un traduttore ufficiale, poi le va a prendere e le porta al consolato italiano a Montreal, le leggono, mi fanno una dichiarazione ufficiale, e il mio amico mi rimanda tutto in Italia. Tra copie notarili, spedizioni superassicurate, traduzioni, e balzelli vari, la cosa costa svariate centinaia di euro. Potevo fare a meno di fare l’università all’estero, in effetti.
Poi devo fisicamente portare tutto a Roma. Arrivo nell’ufficio dell’università dopo una notte in treno abbracciata ai miei insostituibili documenti. C’è un tizio che sbraita contro le impiegate perché è la millesima volta che viene lì e non ha ancora ottenuto niente. Quando se ne va, l’impiegata mi guarda e mi dice: “è così nervoso…”, con il tono di una madre preoccupata. Finalmente consegno le fotocopie. Tralascio di raccontare la parte in cui, tornata in stazione, mi accorgo di averle perse e inizio a scapicollarmi in giro per Roma Termini in preda al panico.
Un po’ dopo tutto questo, telefono a Roma per confermare che la mia domanda sia a posto.
“Un attimo che vado a prendere il faldone…”
“….”
“… Baracetti, sì c’è”
“Gentilmente, potrebbe dirmi quanti siamo a fare domanda?”
“Oh, doveva dirmelo prima, l’ho già rimesso a posto…”

Il giorno dell’esame, dopo l’appello eccetera, prendono le tre buste con le domande. Assurdità nell’assurdità, ne viene estratta a sorte una, e le altre domande te le leggono solo per farti venire il nervoso in caso tu sapessi proprio quelle. Il mio caso. “Le conseguenze della caduta del muro di Berlino” -bè, lì ci puoi ficcare veramente tutto. “Nazionalismo tra settecento e ottocento” -l’avevo previsto! E invece estraggono proprio “Europa e il nuovo mondo tra XV e XVI secolo”. Ma… il professore non mi aveva detto di studiarla, non la so! E poi, scegliere un dottorando mettendolo alla prova con un temino che sembrerebbe vago e sciatto persino per un esame di terza media??
Mi sono alzata ridendo e me ne sono tornata a Udine senza scrivere neanche una riga.

Non sarò mai una storica, ma quest’anno mi sono presa la mia rivincita. Avevo fatto una buona tesi di master sulle foibe, la volevo pubblicare, ho chiesto ad un professore di Londra come fare, mi ha dato un paio di consigli e mi ha detto: qui non è l’Italia, la mandi alla rivista che ti interessa, senza bisogno che un professore ti faccia da tramite.
Alla rivista è arrivata questa tesi di una signorina nessuno, l’hanno letta, gli è piaciuta, me l’hanno fatta sistemare fin nei minimi particolari (hanno sommato le liste di morti per vedere se tornavano i conti), e poi me l’hanno pubblicata. Mi hanno chiesto di fare una nota biografica, ma io non avevo niente di cui bullarmi. “Giornalista freelance”, c’è scritto accanto al mio nome, umilmente, e dì grazie che ho potuto mettere quello.
(fine terza parte)

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il mondo del lavoro -parte seconda

Novembre 1, 2009 · 3 Commenti

STP63574L’idea di parlare di tutto questo è partita da degli articoli che ho letto sui suicidi alla France Tèlècom, anche se dove lavoravo io eravamo tutti ben felici di essere vivi. L’ambiente, però, era estremamente competitivo. La mattina iniziava con il lancio: ci radunavamo attorno alla reception e sparavamo cifre che dovevano corrispondere a quanti soldi ciascun reparto pensava di fare ogni giorno. Non si poteva essere troppo bassi (così poco?), nè troppo alti, perché poi non era il massimo mancare il bersaglio.
Dall’alto si creava competizione tra venditori di uno stesso negozio, tra stessi reparti di diversi negozi, tra stessi negozi di una diversa area… tutti in gara contro tutti, davanti a tutti. Noi cassiere ricevamo regolarmente un rapporto che ci mostrava quanti errori aveva fatto ciascuna, chi era la più veloce e chi la più lenta, e così via. Non credo la mia psiche sia stata danneggiata da questo, nè le amicizie tra noi. Ma cosa può fare a lungo termine un trattamento del genere?
La parte peggiore, comunque, erano i clienti. E’ lì che ho iniziato a detestare il mio popolo, che sembrava deciso a dare le peggiori dimostrazioni possibili di quelli che sono gli stereotipati difetti friulani: diffidenza, attaccamento al denaro, e carattere burbero.
Ci dev’essere un qualche motivo per cui uno non entra in un negozio elegante e fa lo sbruffone, però quando si trova davanti dei ragazzini addestrati a sorridere, al soldo di una multinazionale che giustamente sospetta si stia facendo un sacco di soldi grazie a lui, si sente autorizzato a rompergli i coglioni e farsi valere su qualunque cosa.
Tralasciando i casi più eclatanti, dico che in molti al momento di pagare 100-200 euro di merce spesso quasi inutile venduta a prezzi oggettivamente bassi, avevano pure il cattivo gusto di borbottare perché facevamo pagare i sacchetti, tra l’altro biodegradabili. Cercavano di farci sentire in colpa rinunciando orgogliosamente al sacchetto, ci chiedevano: volete che me la porti in mano? indicando seccati la macchina parcheggiata neanche tanto lontano (avevamo l’ordine di lasciare i posti migliori ai clienti), ci dicevano che era illegale farli pagare, ci chiedevano se non ci vergognavamo… per pochi centesimi! Dopo qualche mese di sorrisi, questa cosa ci aveva esasperato. Appoggiavo le mani sulla casa, e guardavo clienti pensando: “Dai! dai, dimmi che i sacchetti non si fanno pagare!”
Lavorare lì mi ha dato la dimostrazione che la gente 1. è maleducata, 2. spende i soldi alla cazzo. Io, che non ho un lavoro stressante ma ben pagato e una famiglia con cui non mi viene in mente niente di meglio da fare che portarla a fare shopping, prima di comprare una cosa la provo, ci penso e ripenso. Lì la gente usciva, si infilava la maglietta appena acquistata, e rientrava dall’altra porta: “l’ho appena presa, è grande, posso cambiarla?” Una volta un tizio ci ha riportato una maglia dicendo che la cucitura era storta. Il venditore gli ha dimostrato che erano tutte fatte così apposta. Questo aveva evidentemente arraffato una maglietta a caso, gettandola nel cestino, che l’azienda fornisce abbastanza grande da farlo sembrare vuoto anche quando non lo è.
Lo scopo ufficiale è accontentare il cliente. Lo scopo reale è vendere, vendere, vendere. La disposizione della merce, i consigli dei venditori, i prezzi, l’orario di apertura, tutto ha una sola finalità: rifilare alla gente quante più cose possibile, che gli servano o no. “Va in campeggio?”, ci addestravano a chiedere, “ha già una torcia? una tenda? un sacco a pelo?”
Ma la gente si merita tutto questo. Certe domeniche radiose, scocciati perché ci toccava stare lì invece di scorrazzare tra i monti, vedevamo i clienti fuori dalla porta ad aspettare impazienti l’apertura del negozio. Molti venivano a ringraziarci, commossi: ma quanta bella roba avete qua! In realtà era solo tanta, colorata, economica, e superpubblicizzata. E quanti soldi si fanno così! Appena potevamo andavamo a guardare sui computer, aggiornati al minuto, i conteggi dei soldi che stavamo facendo. Altro che crisi! Quando va bene, cioè spesso, quel negozio fattura più di centomila euro al giorno.
La gente compra roba che non gli serve: lo so perché non la guarda neanche con attenzione, o perché appena in cassa gliela batti ad un prezzo leggermente superiore a quello che si aspetta, te la lascia lì. Ma uno zainetto o ti serve o non ti serve, cosa cambiano due euro? Al minimo difetto, fosse anche una cosa correggibile come una piccola scucitura, ti riportavano la merce, e se qualche venditore non se la prendeva ad un prezzo ridotto, finiva buttata via.
Un’altra cosa che ho visto coi miei occhi è il meccanismo alla base della crisi economica che sta facendo perdere così tanti posti di lavoro: il debito. Io non mi sono mai indebitata in vita mia. Vivo con poche centinaia di euro al mese, risparmiando per il futuro. Invece da noi arrivava gente, che prendeva migliaia di euro ogni mese, a fare un finanziamento per una cyclette, una palestra, una bicicletta che magari ci avrebbe riportato mesi dopo dicendo che non l’aveva neanche usata. Adesso i giornalisti raccolgono le storie di chi si è trovato inculato, con mille finanziamenti e mutui e debiti e senza più il lavoro. Potevano anche pensarci prima.
Questo lavoro comunque è finito perché pensavo di potermi dedicare alle mie passioni: studiare, e scrivere. Evidentemente non è stato così.
(fine seconda parte)

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Ottobre 31, 2009 · Lascia un Commento

Scusate ma stavolta il blog Spinoza ha superato sè stesso: www.spinoza.it

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il mondo del lavoro -parte prima

Ottobre 30, 2009 · Lascia un Commento

DSCN0762Ieri stavo leggendo l’ultimo numero di Carta, che parlava tra le altre cose del famoso caso di suicidi alla France Tèlècom – 25 dall’inizio del 2008, più una dozzina almeno di tentativi falliti. Molti, inclusi gli stessi suicidi, hanno dato la colpa all’ambiente lavorativo alla Tèlècom: pressioni psicologiche, spostamenti, paura dei licenziamenti, declassamenti… e simili fenomeni di suicidi tra i lavoratori hanno interessato anche altri ambienti lavorativi in Francia (ad esempio alcuni casi in stabilimenti automobilistici).
La cosa più strana per me da capire è non tanto che i superiori o l’ambiente portassero i lavoratori all’esasperazione, quanto che questa esasperazione fosse tale da spingere le persone ad un gesto così estremo. Il suicidio è la rinuncia a tutto quello che di bello ci può essere nella vita, è la terrificante scelta dell’oblio o di un aldilà che nessuno sa come sia, è un gesto totale che non mi permetto di giudicare, ma che fatico a capire in caso di problemi sul lavoro: a differenza di una malattia degnerativa, di un lutto o anche di una depressione cronica, un lavoro è qualcosa che si può cambiare e che prima o poi finisce. Allora perché lasciare che un fallimento professionale ci uccida? Davvero siamo arrivati ad identificare la nostra vita così totalmente con il lavoro che facciamo?
Leggendo la descrizione che il giornale faceva dell’ambiente lavorativo di France Tèlècom, basata su di un libro del giornalista francese Ivan du Roy, mi è venuto in mente quando ero io a lavorare in una multinazionale francese, a Udine, al gradino più basso, come cassiera e receptionist. Niente che mi abbia mai fatto venire voglia di suicidarmi: l’ambiente era giovane, la paga buona e puntuale, e i rapporti lavorativi venivano gestiti con serietà (è vero che ci era stato suggerito di non iscriverci ai sindacati… ma io l’ho fatto lo stesso e non ne ho avuto bisogno). Eppure, ho deciso di raccontare la mia personale esperienza lavorativa negli ultimi due anni, non perché io abbia qualcosa di eclatante da riportare, ma perché penso possa gettare luce sul mondo del lavoro in Italia. Io personalmente ne sono rimasta molto delusa. I migliori contributi che ho dato alla società negli ultimi anni, li ho dati gratis o quasi. E più sono stata pagata, più mi sono sentita inutile.

Ma andiamo con ordine. All’inizo del 2008, stavo cercando un lavoro purchessia: avevo urgente bisogno di guadagnare qualcosa. Con un curriculum come il mio (università in Canada più master in Inghilterra), ed essendo in Italia, mi trovavo in una situazione paradossale: non avevo i contatti per accedere agli ambienti per cui magari sarei stata qualificata, ma se cercavo qualche lavoro meno prestigioso, tipo commessa, guardavano il mio curriculum e pensavano che li prendessi per il culo. “Master di storia alla London School of Economics: posso venire a vendere i tranci di pizza?” “Ha-hahahaha! Ha-hahaha!”

Alla fine ho trovato un posto dove cercavano studenti e giovani per un part-time: la multinazionale di cui sopra, di cui tacerò il nome perché non è così importante. Semplificando, un posto in cui lavorano venditori e cassiere part-time, e poi un livello superiore di responsabili, oltre al direttore e a due altre cariche importanti.
Lavorare lì dentro diventa un po’ come aderire a una setta, o essere uno scout… L’azienda ha un gergo comprensibile solo agli addetti ai lavori: fammi un balisage, passami un cabas, prendi il DAO… per cementare questo senso di appartenenza, e rendere partecipi tutti i lavoratori al successo dell’azienda, venivamo aggiornati sui nuovi progetti e prodotti, prendevamo un bonus se il reparto andava bene, ci organizzavano escursioni tutti insieme, cene, feste… alla fine, c’era gente, soprattutto responsabili, la cui vita iniziava e finiva lì dentro. Vedevo ragazzi dai 24 ai 30 anni lavorare 50, 60 ore alla settimana, sempre sotto pressione, sempre stanchi, lontani da casa, rinunciando a serate e domeniche libere. Finivano per uscire solo gli uni con gli altri, mettersi gli uni con gli altri e farsi le corna gli uni con gli altri. Lavorare, uscire a bere, lavorare. E poi, ad un certo punto, bisogna lasciare tutto questo, perché arriva la chiamata: è ora di “crescere”. Come farebbe l’esercito, o la chiesa cattolica, ti prendono e ti dicono: vuoi fare carriera? Vai dove ti diciamo noi. Nel caso dei miei ex colleghi, gli avanzamenti di carriera li portavano sempre in posti orribili e nebbiosi come Mestre o Treviso… perché questi enormi negozi non stanno in città. Troneggiano nelle periferie in mezzo a giganteschi parcheggi, cemento su cemento, desolazione su desolazione. Dal nostro negozio almeno si vedevano le montagne, finché non ci hanno costruito degli uffici davanti. E ogni giorno quelle montagne, che guardo sempre quando ho bisogno della promessa di un maestoso altrove, ogni giorno quelle montagne mi dicevano: “ma cosa fai qui…cosa fai quiiii…”
(fine prima parte, se no è troppo lungo)

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