gaia baracetti

londra

febbraio 9, 2010 · Lascia un commento

Incredibile, a Londra sono indietrissimo con il riciclaggio. Vedo uffici dove accartocciano la carta usata come artisti in un vecchio film, e la buttano con il resto. Per il resto, e` splendida e infinita come sempre, e la detesto come una volta.

Sicche`, degli indigeni in India sperano di sfruttare la popolarita` di Avatar per ottenere sostegno nella loro lotta per salvare la loro montagna sacra, sotto la quale c’e` una miniera di bauxite. Naturalmente non si fa il collegamento tra la loro lotta e i nostri consumi, perche` se no, per dire, le pubblicita` di macchine e di cellulari alla Repubblica chi glieli paga?? Comprate i giornali e non i cellulari!!

Qui dicono che la crisi e` stata un brutto colpo, che un sacco di gente ha perso il lavoro. Come una volta si sperava che tornasse a piovere, che le guerre e le epidemie finissero, adesso si spera che la gente ricominci a spendere. Solo questo ci salvera`.

Comunque oggi faccio la cameriera nella stanza vip di uno stadio a Londra, che mi dicono sia di proprieta` di Briatore. Raccogliero` con piacere le briciole dei ricconi. Vorrei scrivere che preferirei espropriare Briatore, ma ho paura che mi scopra, e poi fare la cameriera e` divertente.

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intervista ad amato de monte

febbraio 5, 2010 · Lascia un commento

Se a qualcuno interessa e’ uscita ieri sul Nuovo FVG l’intervista ad Amato De Monte, il medico a capo dell’equipe che ha applicato il protocollo sulla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione di Eluana Englaro (intervista curata da me e Mauro Tosoni).

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Nord – London calling

febbraio 3, 2010 · 3 commenti

Alla fine, l’ho fatto: ho preso un biglietto aereo per Londra e adesso sono qui (come si vede dall’assenza di vocali accentate in questo post). In realta’ io ho paura di volare, e odio Londra, il che rende l’impresa piu’ speciale. O meglio. Quando sono andata a Londra la prima volta, sono rimasta incantata da qualsiasi cosa. La bellezza di ogni singolo angolo della citta’, il verde e l’aria umida, la scuola un po’ hippie dove studiava la mia amica, la festa fino all’alba in una villa in mezzo ai campi, un po’ ottocento un po’ anni sessanta… Io amavo Londra. Ma vivere in un posto e visitarlo come turisti sono due cose ben diverse. Quando ci sono andata a studiare (e lavorare), Londra si e’ rivelata una citta’ spietata: cara, esageratamente estesa, sporca e maleducata. Chi e’ stanco di Londra, dice il cliche’, e’ stanco della vita. Io invece ero solo stanca dei topi nelle case, della verdura appassita, del non potermi permettere neanche la metropolitana, della gente scocciata. E quelle disgustose moquette! Ovunque! Cercare casa a Londra era un’esperienza terrificante -trovarla, ancora di piu’; avere amici in un altro quartiere di Londra e’ come averli in un’altra citta’. Odiavo Londra con una passione che si avvicinava all’amore. Tornare a Udine dopo otto mesi a Londra era come essere riammessi nell’Eden.

Ho lasciato l’areoporto di Ronchi, oggi pomeriggio, guardando in basso: le campagne rovinate, i campi senz’alberi, le casette ovunque. Una tristezza. Gli inglesi, invece, sanno come tenere la loro terra: scendere sui campi punteggiati di boschi, sulle splendide case di campagna, era tutta un’altra cosa, e rincuorante. Avremmo un vantaggio naturale, noi italiani, ma l’abbiamo sprecato.

Londra appariva piu’ trafficata e tetra di come la ricordavo. Hanno finito almeno un grattacielo, rispetto all’ultima volta in cui sono stata qui. Incredibile come i grattacieli facciano sembrare tutte le citta’ del mondo uguali. Gli autobus, per fortuna, non erano coperti della carta straccia dei giornali gratuiti che c’erano tre anni fa -speriamo anche noi di liberarcene presto. Chissa’ quanti alberi sono morti perche’ i londinesi potessero seguire quotidianamente i movimenti di Kate Moss. Altri cambiamenti non ne ho notati. C’erano persino le stesse pubblicita’ di musical di sempre. Viene da pensare: se qualcuno ancora non ha visto Billy Elliot, e’ perche’ non lo vuole vedere.

Londra e’ incredibilmente coerente dal punto di vista architettonico, e’ una citta’ variazione-sul-tema, tutta diversa e tutta uguale. E’ una citta’ frattale, ogni strada si apre in piu’ strade simili che si aprono in piu’ strade simili, per ore e ore sotto i tuoi occhi, e sembra non finire mai, o forse davvero non finisce mai. E’ una citta’ in cui anche i londinesi stessi sono nessuno, in cui anneghi, in cui non incontri conoscenti per caso, una citta’ di cui sono riconoscibili gli edifici ma non gli abitanti. A Londra quasi tutti cambiano casa di continuo, o paese, o continente. Londra non esiste, ma e’ una della citta’ piu’ importanti del mondo. E’ profondamente disorientante, ti si agita sotto i piedi, e per questo, anche, la odiavo. E per questo sono qui, banalmente, per sfuggire alla routine.

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del premio nonino, della poiana, e del friuli rurale

gennaio 30, 2010 · 4 commenti

Mi sono intrufolata al prestigioso premio Nonino due anni fa, al seguito di una delle cantanti. Il premio si teneva in una sala enorme, generosamente addobbata e imbandita (ricordo i cestini di frico e i camerieri eleganti), e piena di persone importanti secondo un qualche parametro sociale, economico o culturale. Quando una delle Nonino (le donne, non le grappe) gridò dal palco di dare inizio alla festa, le grosse botti tra i rami di vite vennero aperte velocemente, l’aria si riempì del profumo della grappa fino quasi a stordirmi, e gruppi di uomini e donne in costume tradizionale cantarono: Libiaam… eccetera. Io ero imboscata da qualche parte a guardare, dietro una pianta credo, e trovai il tutto fragrante e spettacolare. La cerimonia di premiazione fu molto interessante. In particolare ricordo uno scrittore vietnamita che descriveva la vita rurale nel suo paese.
Quest’anno invece ero fuori, con mia madre, nella neve, a Persereano di Pavia di Udine. Il Comitato per la Vita del Friuli Rurale, guidato da Aldevis Tibaldi, un infaticabile attivista con un debole per le iperboli, era fuori dall’entrata degli ospiti del premio per manifestare contro il gigantesco elettrodotto Redipuglia-Udine ovest, che rischia di sfigurare per sempre la campagna friulana, con tralicci alti fino a 74 metri, e decine di chilometri di cavi potenzialmente molto pericolosi per la salute. Questo comitato, in mesi e mesi di lavoro, è riuscito ad apparire più volte sui media e a trascinare molti dei comuni interessati (tutti tranne uno, mi dicevano oggi) dalla propria parte. Chiedono l’interramento dell’elettrodotto, che costerebbe di più ma ridurrebbe i rischi per la salute e l’ambiente. Io sono per il risparmio energetico, e le fonti rinnovabili, oltre che per cercare di massimizzare l’autosufficenza energetica, quindi chiedo niente elettrodotto, né dentro né fuori. Ma dovendo scegliere, s’ha da interrare.
C’erano una cinquantina di persone lì in piedi, sopra un sottile strato di neve, con moltissime bandiere friulane. Un mio amico che vive lì dice che c’erano rappresentanti di tutte le parti politiche, tranne ex Forza Italia. Un signore vestito di verde, con un cappello, teneva dei falchi sul polso. Una era una poiana dalla coda rossa, mi ha spiegato. L’altro, più piccolo, aveva un cappuccio sulla testa. Mi sembrava una gran crudeltà, finché il signore mi ha spiegato che serviva per tranquillizzarlo, perché avendo i sensi così affinati, tutto quel trambusto umano rischiava di disorientarlo.
C’erano vino, tè, formaggio, pane, salame, frittelle e panettone per tutti. Tra striscioni e cartelloni, accuse alla Terna di volerci avvelenare e così via, si leggeva un raffinato riferimento a Siegfried Lenz, vincintore del Risit d’Aur 2010, che una volta, come ha ricordato Magris che poi darà il premio, ha detto che “la fantasia salva la vita”, ma Tondo, presidente della regione, non è fantasioso, quindi il cartellone diceva “La fantasia non salva la vita”, Siegfried Tondo. Me l’hanno dovuta spiegare.
I manifestanti erano lì per consegnare i volantini agli ospiti del Premio, che entravano nei loro grossi suv o lussuose macchine scure attraverso un cancello presidiato da due ragazzi. Se non altro, sono stati quasi tutti abbastanza educati da abbassare il finestrino e prendere il volantino. Però non si può inquinare così. Donne Nonino, mettete un bus navetta! Una limousine navetta!
Copio alcuni stralci dai volantini, perché meritano.
Nella difesa del territorio nessuno può chiamarsi fuori, né tantomeno contare nella buona sorte o nell’altrui impegno. Orfani, come siamo, di Morandini, Sgorlon e Tito Maniacco non possiamo tradire i loro aneliti ma nemmeno ignorare che i versi di Mattina, “M’illumino d’immenso”, forse la poesia più conosciuta del Novecento italiano [dopo arriviamo all'elettrodotto, portate pazienza, n.d.r.], furono composti in questo angolo di mondo il 26 gennaio 1917. Si tratta di luoghi fondamentali per la memoria letteraria e per la nostra tradizione poetica, poiché questo rappresenta lo scenario, ma anche la sostanza della scrittura ungarettiana. Per ricostruire questo intreccio speciale di poesia, storia, geografia e umanità, altrove avrebbero considerato unica e preziosa la realtà di questi luoghi, da proteggere, custodire e tramandare quale bene comune, patrimonio culturale di tutti. Altrove avrebbero istituito un parco letterario… qui non vedono l’ora di trafiggere il cielo con mostruosi tralicci che svettano a 70 e più metri trascinando in mezzo ai campi e ai borghi rurali fasci di cavi elettrici ostili al pacifico sviluppo di queste terre e alla salute dei suoi abitanti.
E poi, bullissimi:
Il Friuli Venezia Giulia detiene il triste record italiano della camentificazione ed, in effetti, squinternate urbanizzazioni, miriadi di aree commerciali e industriali destinate all’inevitabile fallimento rubano sempre nuovi territori all’agricoltura e all’ambiente naturale. Senza contare le centinaia di cave a cielo aperto, andate avanti per decenni, trasformate ben presto in discariche controllate e non, sempre pronte a dissipare il loro micidiale carico di inquinanti nelle sottostanti falde idriche e lungo le risorgive…….
UN NUOVO ECOMOSTRO
IL NUOVO MEGA ELETTRODOTTO FRA REDIPUGLIA E UDINE OVEST E’ LA ENNESIMA E PIU’ PLATEALE DIMOSTRAZIONE DI COME LA CECITA’ DELL’INTERESSE SPECULATIVO ABBIA TROVATO INTOLLERABILI COMPLICITA’…

Eccetera.
Grandi, sono dei grandi.

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la montagna decapitata

gennaio 25, 2010 · 6 commenti

Le montagne, una volta tagliate, non ricrescono. O per lo meno, non lo fanno in tempi che noi esseri umani possiamo percepire. E non si possono neanche ricostruire. Un danno alla montagna è totalmente irreversibile, e per questo, criminale e irresponsabile in senso assoluto. A meno che non riteniamo che le montagne, con la loro bellezza e biodiversità, il fascino, la varietà, la loro importanza nel formare l’identità di una terra e di un popolo, non servano a nulla. Siccome io non penso questo, appena ho sentito che la cava del cementificio che si nutre del Monte San Lorenzo, e già ne ha masticato una bella fetta, sarà ulterioromente ampliata, abbassando la montagna di 30 metri, ho deciso che dovevo andare a vedere.

Ieri è stato il giorno del mio pellegrinaggio a Maniago. Mi sono venuti a prendere due membri del comitato SOS Monte San Lorenzo, e mi hanno portato in visita alla cava. Il Monte San Lorenzo, in realtà, è alto poco più di 700 metri. Da un lato, si vede la pianura; dall’altro, si staglia il monte Jouf. Un paesaggio spettacolare. Lo stesso, tra l’altro, che ha colpito il regista Gabriele Salvatores, che proprio in questi luoghi ha deciso di girare buona parte del suo film Come dio comanda.

Già da subito, addentrandoci nel bosco, noto i cartelli: sparo mine. Quelle che fanno saltare per macellare la montagna. La cava, cioè la parte già mangiata del monte, è un fianco desolato di pietra e ghiaia, su cui hanno provato a piantare degli alberi, ma non essendoci più il terreno, ricrescono tristi e stentarelli. Vista dall’alto, ricorda la scena della cava di Gomorra -senza la bellezza cinematografica però. A fianco, un’altra montagna più bassa, il monte Albareit, sembra tosata come una pecora. Vorrebbero scavare ancora anche lì. Siamo saliti a piedi fino alla chiesetta dedicata a San Lorenzo, un minuscolo tempietto di montagna dipinto all’interno. Dentro troviamo un quaderno a righe, molto più pieno di dediche di quanto ci si potrebbe aspettare da quel posto sperduto. Un po’ più in basso c’è un edificio dove una volta abitava un prete venuto dall’ex Yugoslavia nel 1947, e scomparso misteriosamente. Ora quella casa ospita un ripetitore televisivo. Sotto di noi, nella foschia, si stende la pianura.

Loredana, una dei miei due accompagnatori, mi dice che questo monte ha per i maniaghesi un valore identitario, che ci sono storie e leggende sul suo conto. Un po’ come l’Albero Casa e l’Albero delle Anime di Avatar, suppongo. O forse molto meno. Salendo, Loredana mi dice: se raccogli i narcisi, che crescono qui e sono protetti, la guardia forestale ti multa. Però si possono portare via il monte intero.

Ultimamente mi sto renendo conto che non so i nomi degli alberi, di nessuno tranne “pini”, “palme”, e cose del genere. Si tratta di un sapere non necessario per la mia generazione, e che quindi pochi possiedono. Sto cercando di recuperare. Salendo individuiamo frassini, cornioli, noccioli, castagni… dal lato che non è stato mangiato, ovviamente. Camminiamo tra rocce e cespugli di erica. Dall’alto si vede anche il cementificio, di proprietà della Cementizillo e situato nel comune di Fanna, a cui presto si aggiungerà un inceneritore. Vediamo salire il fumo, anche se è domenica. Sembra tutto così ineluttabile. La cava si è fatta, un pezzo del monte è stato rovinato per sempre. Davanti a noi, la montagna di fronte porta ancora i segni, dopo decenni, di un’altra vecchia cava. Nel blu e nel verde si apre un’enorme ferita bianca, un orrendo squarcio, incancellabile. Il monte San Lorenzo perderà i suoi boschi e il suo panorama, abbassandosi di trenta metri. Non si può impedire.

Sto per ultimare un’inchiesta che ho fatto per dimostrare quello che sapevo già essere vero: a Udine sono state costruite case ben al di sopra delle necessità. A questo aggiungiamo tutti i lavori pubblici, le strade che non bastano mai, i parcheggi, i nuovi edifici. Le amministrazioni delle varie Bucodiculoville di cui è pieno il Friuli (con tutto il rispetto, sottolineo. voglio bene ai nostri paesi) che esultano se la popolazione aumenta, come se fosse una gara. Ecco cosa ci costa tutto questo. Montagne mangiate, via vai di camion, mine che esplodono e inquinamento. Una casa, se non la fai oggi e domani ti serve, la farai domani. Ma dopo che hai rotto una montagna per fare una casa che non serviva, non puoi più riparare nè domani nè mai. Il ricatto è sempre lo stesso: posti di lavoro. Circa 90, in questo caso. Ma come giustamente dice l’altra mia guida, Fulvio, anche il traffico di droga crea posti di lavoro. Le fabbriche di mine sono posti di lavoro. Il posto di lavoro non è un valore assoluto. Creano posti di lavoro le nuove case e le ristrutturazioni, i grandi alberghi come gli alberghi diffusi, il riciclaggio come l’estrazione di petrolio. Che lavoro vogliamo? Che futuro vogliamo? Siamo disposti a risparmiare l’ambiente, suddividerci meglio il lavoro, e stare bene lo stesso?

Al ritorno visito il borgo Poffabro, tra i cento più belli d’Italia, con le sue case in pietra e legno scuro. Ci sono presepi nascosti dappertutto: il mio preferito, tre figure di legno in bicicletta, dal titolo: Fuga in Egitto. Fulvio produce riproduzioni di armi antiche, e mi porta a visitare il suo laboratorio, spiegandomi la differenza tra una spada medievale e una cinquecentesca, mostrandomi elmi, cotte di maglia, scudi, asce… dal momento che la mia ultima ossessione è la grandiosa saga di George R.R. Martin, ammiro e tocco tutto con grande curiosità. Tastando e soppesando, decido nuovamente che non mi sarebbe piaciuto vivere nel Medioevo. Ma non mi piace neanche vivere in un’epoca in cui si spianano monti e si inondano di cemento le pianure, e nessuno dice nulla, se non qualche attivista sempre più isolato e furibondo.

Per informazioni, qui.

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come i bambini

gennaio 19, 2010 · 6 commenti

Certo, intervenire in un dibattito innescato da Brunetta è quanto di più avvilente. Una delle tecniche preferite dall’attuale maggioranza è: fare una sparata assurda e semplicistica, che chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale e conoscenza del problema capirà subito non servirà a risolvere lo stato delle cose, farla ripetere a pappagallo da tv e giornali, e così distrarre l’attenzione da problemi e soluzioni reali, e concentrarla su una visione del mondo inutile e fuorviante (i bamboccioni fuori da casa per legge! carceri galleggianti contro il sovraffollamento! aboliamo l’anonimato su internet! stranieri al 30% nelle classi! posti riservati agli extracomunitari sugli autobus!).
Meglio ancora: in queste sparate, fare riferimento a una parola inventata, vaga, oppure così completamente svuotata di senso che la si possa riempire a piacere: “degrado”, “sicurezza”, “fannulloni”, “bamboccioni”… a ciascuno di questi termini si potrebbe anche attribuire una serie di connotazioni completamente diverse, e qualcuno ci prova: degrado civile, sicurezza sul lavoro, parlamentari fannulloni, e bamboccioni… dopo spiego.
Insomma, il dibattito si gioca sulle parole più che sui contenuti, sull’immaginario e non sul reale, e questo lo sappiamo.
Tra l’altro lo stesso Brunetta ora dice che la sua era solo una provocazione, per divertirsi a vedere le reazioni, quindi l’ennesima perdita di tempo e distrazione che bisognerebbe ignorare e basta.
Però questo dibattito riaffiora periodicamente (il Messaggero Veneto oggi titolava che ci sono 4593 bamboccioni a Udine, tra cui probabilmente sono stata conteggiata anch’io), ed è in realtà abbastanza serio, tra chi accusa i giovani italiani di preferire le comodità alle sfide, e chi denuncia il precariato, la gerontocrazia, i bassi salari…
Se io sono una bambocciona, non lo so, non vivo con i miei, ma in una casa di proprietà di mio padre in cui non pago l’affitto, cosa che mi viene regolarmente rinfacciata e che non va del tutto a genio neanche a me, meglio comunque che tenere una casa completamente vuota, come sarebbe altrimenti. Di sicuro, da quando sto in Friuli, mi sento sempre più infantile, e anche per questo voglio partire per un po’. Ho la sensazione di vivere in una bolla protetta, senza grosse difficoltà, sconvolgimenti, impegni… osservo i miei coetanei e i ragazzi più giovani. L’apatia ci contraddistingue. Siamo dei bambini in corpi di adulti.
Quando ero al Collegio del Mondo Unito, e in Canada, le mie giornate erano scandite da riunioni, manifestazioni (a Singapore no, certo), ricerche, laboratori formativi, raccolte fondi, ogni tipo di attivismo… mia sorella ora vive a Roma, e uno dei motivi è che la militanza che lei cercava a Udine era quasi impossibile.

Qui ogni mobilitazione, ogni protesta, si sgonfia subito. Siamo scesi in piazza contro i tagli all’università, per difendere il Rototom Sunsplash, i locali del centro dalle chiusure, il Centro Sociale Autogestito dallo sgombero. Qualche giorno, o al massimo qualche settimana. Quelle non erano proteste: erano capricci. I bambini di solito non vincono le battaglie: pestano i piedi, piangono, scuotono la testa e si nascondono in camera. Poi, in un modo o nell’altro, gli adulti li convincono a fare quello che vogliono loro. Ecco, secondo me i giovani di Udine sono in gran parte come i bambini. Se ottengono vittorie, sembra quasi sia per gentile concessione dei grandi o cambiamento degli equilibri politici (vedere l’ex macello). Al massimo, qualche rappresentante giovane più impegnato degli altri porta avanti le battaglie per conto suo, in comune o all’università, quando la mobilitazione finisce (cioè quasi subito).
Vedo i miei amici, e me. Finite le brevi stagioni di protesta, le nostre vite sono così: studio, lavoro, divertimento. Cosa facciamo nel tempo libero? Beviamo lo spritz o la birra, guardiamo un film, sentiamo i concerti, suoniamo, andiamo a cena a casa di qualcuno. D’inverno andiamo a sciare, d’estate a fare il bagno. Facciamo sport. Poi ci sposeremo, e faremo i figli. Eccoli, i giovani friulani.
Sono andata alle riunioni delle associazioni ambientaliste, e c’erano quasi solo uomini di mezza età. In generale, ho avuto l’impressione che tutti i comitati di cittadini abbiano un’età media piuttosto alta.
Il punto non è che i giovani vivono con i genitori. Ho amici che vivono in famiglia e guadagnano più di mille euro al mese, e magari spendono centinaia di euro per un cellulare; altri che ne guadagnano meno della metà, e riescono lo stesso a permettersi l’affitto. Quando i miei mi hanno sbattuto fuori di casa, sono andata a vivere in una casa popolare. A Londra mi mantenevo da sola a costo di vivere in condizioni molto dure. Se uno vuole, fuori di casa ci va, e di corsa, con buona pace dei politici di sinistra e dei sindacati.
Io ho in mente un altro problema, e mi accorgo di non poterlo nemmeno iniziare a descrivere in un semplice post. Accenno, proseguirò più avanti.
Noi siamo dei bambini. Facciamo il nostro dovere, e poi pensiamo a divertirci. Pochi di noi hanno impegni sociali, politici, pochi si mobilitano. Viviamo in un ambiente protetto, comodo, facile, non ci sono guerre, epidemie, lotte sociali, grossi pericoli. Vivere è facile, c’è qualcuno che si prende cura di noi, non ci viene chiesto più di quello che possiamo ragionevolmente fare, come a dei bambini.

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lezione di politica, credo

gennaio 14, 2010 · 1 commento

Questi giorni non ho niente di particolare da raccontare, sto solo finendo gli ultimi articoli. Però navigando su Internet ho trovato una cosa che vorrei condividere, non fa ridere vi avverto, sono le 10 risposte di Vendola alle 10 domande di Boccia, e adesso spiego perché le segnalo. Io non voglio leccare il culo a Vendola, certo ne ho sempre avuto un’ottima impressione, anche se un po’ mi intimorisce, ma per giudicarlo come si deve dovrei averlo osservato, dalla Puglia, per anni. E io della Puglia di Vendola non so abbastanza, in generale ne sento parlare bene, anche se ci sono delle cose che gli vengono rimproverate (tra cui essere omosessuale e comunista, evidentemente). Eppure i media, di cose concrete, parlano poco. Se parlano di Vendola è per alimentare polemiche o fare confusione, come sulla spaccatura della sinistra, sugli scandali della sanità pugliese, o sul casino delle candidature. Invece, se si sente parlare di investimenti nelle energie rinnovabili, limiti alle emissioni dell’Ilva, spesa per la cultura e lotta al caporalato, non è perché i giornalisti se ne interessino, ma perché Vendola di persona va in giro a parlarne, a pubblicizzare il proprio operato. Altrimenti piacciono di più le polemiche dei contenuti.

Sicché Boccia, il rivale di Vendola per la candidatura in Puglia, gli ha rivolto 10 domande provocatorie. Il fatto che Vendola abbia risposto, e il modo, (qui) è una lezione di stile incredibile. Certo, c’è gente che va per la maggiore e parla anche chiaro, come Di Pietro, la Serracchiani (per fortuna al momento sembra sparita), Grillo, ma chi di loro porta anche dei risultati concreti? e chi invece starnazza e basta? Uno può condividere o meno le idee di Vendola, ma se il dibattito politico italiano mantenesse lo stesso livello di cultura, precisione e chiarezza delle sue risposte, l’Italia sarebbe tutto un altro paese. Per questo segnalo, nel mio piccolo, perché penso faccia riflettere.

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lo scopino e il deserto

gennaio 7, 2010 · 3 commenti

Ci sono due cose che non hanno senso, oggi. La prima è che il Messaggero Veneto, come probabilmente tutte le altre testate ed emittenti locali che mi rifiuto di controllare, ha dedicato ampio spazio ai verdetti del pignarul. Anch’io amo il folklore, la tradizione, la magia, eccetera, però devo dirlo, a costo di finirci io a bruciare sopra la pira del 2011: non è vero che la direzione del fumo rivela come andrà l’anno!! Ma stiamo scherzando?? Se sì non fa ridere. Interpellare gente che non si capisce chi sia (tipo un vecchio barbone a Tarcento) sul significato della direzione del vento in relazione all’andamento dell’economia?? Vabbè che gli economisti ci hanno un po’ deluso, ma insomma. Siamo nel 2010. Davvero i giornalisti non hanno nient’altro su cui fare articoli? L’altro argomento principale era l’andamento dei saldi post-natalizi… ma ricordo che esiste un mondo al di fuori del Friuli.
L’altra cosa che non ha senso. Una volta, suppongo, ma tanto tempo fa, uno la casa se la faceva con i materiali che trovava. Meno tempo fa, uno andava in ferramenta o in qualche negozietto di fai-da-te e comprava quello che gli serviva. Adesso, come in ogni cosa, è tutto in mano alla grande distribuzione.
Prendiamo uno scopino del cesso. Io vorrei che ci fosse uno che me lo fa, io lo prendo, e lo metto dove serve. Al massimo un passaggio in più: un negozio di scopini del cesso. Invece a farlo è un operaio di qualche paese povero, probabilmente la Cina, sottopagato e nemico degli operai dei paesi ricchi che protestano contro la delocalizzazione. Del prezzo di vendita di questo scopino l’operaio prenderà una percentuale ridicolmente minuscola.
Notare che sto saltando l’estrazione delle materie prime e il design, perché se no è davvero complicato. Comunque, il pezzo dovrà essere trasportato fin qui. Container, camion, treni, navi, non lo so. Tanto petrolio, comunque, e tanto inquinamento.
Arriva qui, viene immagazinato da qualche parte, smistato (altri viaggi), e portato in uno di quei casermoni orrendi che affliggono il nostro territorio, quelli che si raggiungono quasi solo in macchina e ti fanno sentire ogni giorno più triste. Qui ci lavora un sacco di gente: chi li progetta, chi li costruisce, chi li affitta, chi li tiene puliti. Ci sono i commessi che vendono gli scopini del cesso, i loro capi che organizzano i turni dei commessi, il direttore del negozio che sceglie i capi… gente da qualche parte che progetta la disposizione della merce sulle pareti, che studia il mercato, che apre nuovi centri…
E poi, e qui arriviamo a me, ci sono quelli che contano gli scopini del cesso. Cioè noi, gli iterinali.
Oggi abbiamo fatto la formazione. Arriviamo alle nove, e passiamo una mezz’ora buona a firmare carte per confermare che eravamo lì. Poi arriva il direttore del negozio, che sembrava una brava persona, e ci parla un’ora di come funziona l’azienda, di come sono precisi in Germania, di come immagazinano in Germania, e un sacco di altre informazioni che avrebbero potuto essere interessanti solo se io fossi stata una spia della concorrenza. Negli ultimi dieci minuti, ci spiega come dobbiamo fare l’inventario. Qualcuno poi protesterà: una mattinata intera per spiegarci come contare?
Ma il bello deve ancora venire. Arriva una ragazza affabile, esperta di formazione.
La prima ora, ci dobbiamo presentare l’un l’altro. Chi siamo, cosa facciamo nella vita, è la prima volta che lavoriamo per l’agenzia, e cosa ci aspettiamo dalla giornata di inventario. Quella del “cosa ti aspetti da” è una nuova moda che sembra aver preso molto piede. Però non esageriamo. Cosa posso aspettarmi da una giornata passata a contare lampadine e porta asciugamani? Di guadagnare dei soldi. Lo dico chiaramente.
Poi si fa un gioco, il cui scopo non è chiaro. Non si può neanche dire che serva a formare il gruppo, visto che domenica ognuno conterà per conto suo. Senza entrare nei dettagli, il gioco consiste nel far finta di esserci schiantati con un aereo nel deserto americano, e dover decidere insieme come sopravvivere. Una ragazza dal marcato accento latinoamericano si indigna, perché secondo lei quel deserto è in Messico. Un ragazzo che è quasi ingegnere prende in mano la situazione, ed elaboriamo un piano. Quando l’inviata dell’agenzia ci dà la soluzione, scopriamo che, seguendo il piano di marcia nel deserto suggerito dall’ingegnere, saremmo morti tutti.
Quindi oggi ho scoperto che, dovessi mai trovarmi dispersa nel deserto, la cosa principale è indossare un capporto per non seccarmi, non andare da nessuna parte, e cercare di segnalare la mia presenza.
Però non è giusto. L’operaio che ha fatto lo scopino del cesso è stato pagato pochissimo, così da lasciare una bella fetta a tutti noi che parassitiamo sul suo lavoro, fino a questi livelli incredibili di ridicolo.

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primo dell’anno a Rosarno

gennaio 2, 2010 · Lascia un commento

Come dicevo il mio è stato il solito Capodanno con amici, a mangiare e bere al calduccio, ma un mio amico in Calabria, si chiama Domenico Zappia, ha deciso di fare qualcos’altro: è andato a Rosarno a portare la colazione agli immigrati che lavorano nell’agricoltura e vivono come bestie. Gli ho chiesto di raccontare il suo Capodanno, eccolo qui, si commenta da sé.

Buio pesto alle 4 di mattina come in ogni altra parte d’Italia a Polistena, piccolo centro della piana di Gioia Tauro, che in un futuro progetto sarà assorbita all’interno di un unico grande paese della Piana, proprio  come è successo alle piccole botteghe alimentari dopo l’esordio dei Centri commerciali. Siamo partiti con due macchine ed un furgone, quest’ultimo carico come se trasportasse sigarette di contrabbando o merce clandestina, con l’intento di trascorrere un capodanno alternativo, poche ore che potessero dare un senso di nuovo inizio anche a loro. Rosarno dista circa 15 km da Polistena e appena arrivati un grande segnale di fumo, proveniente da grossi copertoni di Tir incendiati per riscaldarsi, ci fece capire che il posto era proprio quello, l’ex Opera Sila , Arssa o Esac. Sono agli acronimi degli enti per l’agricoltura, agenzie per lo sviluppo che avevano impiantato qui uno stabilimento per la raffinazione dell’olio. Uffici e capannoni, binari e grandi contenitori. Tutto abbandonato, come la vicina area industriale: strisce d’asfalto, lampioni ed erbacce che rappresentano il più grande monumento italiano allo spreco di denaro pubblico. Gli africani in Calabria si concentrano in questi edifici diroccati, che le erbacce ed il tempo lentamente consegnerebbero alla dimenticanza. I decreti da Reich imposti da tristi politici delle province padane da un lato, l’economia malata di mafia e ignoranza dall’altro. Gli africani lì in mezzo.

Montiamo il gazebo, accendiamo i fornelloni e come ogni mattina tanti e tanti litri di latte a riscaldarsi, pane e panini, quelli che, dopo qualche giorno, ho capito fossero più graditi rispetto ad altre formulazioni alimentari occidentali. Sembra quasi essere festa anche per loro: stentano a vederci, anche per loro il sonno avrà preso il sopravvento; dopo i primi dieci, via via, ne arrivano sempre di più e chiedendo due bicchieri di latte e due panini qualcuno porta con se un contenitore ancora più grande ricavato da qualche bottiglia di roba gassata tagliata a metà, o da qualche lattina di pelati vuota. Come in un lungo cordone di persone la disperazione ricopre il volto di quella gente, che pur di far colazione arriva scalza e denudata.

Qualche macchina nel frattempo fa il pieno di manodopera, arrivando a caricare 8 persone in una Fiat Uno; i lavoratori rivolgono l’appellativo di “papà” al loro fittizio datore di lavoro che se tutto va bene gli darà una misera mancia, diversamente li ricatterà impaurendoli con una ipotetica denuncia perché irregolari, guadagnando sedici braccia a prezzi mai visti, come negli stock house!!

Lo stesso datore ci chiede chi è  che fornisce quelle prelibatezze mattutine ai ragazzi, meravigliato, e fumando una MS Mild ci lascia credendo che sia stata la provvidenza ad essere così gentile nei loro confronti. Ci raggiungono anche i carabinieri che sorridendo ci augurano un buon anno, e dopo aver fatto passerella ci lasciano lavorare. Bastano quattro ore per finire il tutto e per fare una visita dell’area dove sono stati apposti dei fantastici bagni chimici : circa 15-20 per 700 persone..mica male…qualche saluto e sorriso con chi è impegnato nella bonifica dell’area interna, che consiste nel cumulare i rifiuti e bruciarli (dovranno pur riscaldarsi), e visita guidata negli appartamenti del terzo piano con una densità di abitanti superiore a quella applicata dal governo ad Hong Kong per le abitazioni popolari. La pioggia ci fa scappare nelle macchine, mentre  loro scappano sotto qualche cornicione pronto a crollare. Buon anno.

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prossima puntata

gennaio 2, 2010 · Lascia un commento

Chiedo scusa per non aver aggiornato il blog, ma non ho avuto niente da dire. Natale, Capodanno, gente che torna a casa, gente che va a casa, tutte le altre cose, o quasi, restano in sospeso.

Comunque, l’altro giorno ho registrato l’ultima puntata de La lint. Argomento: cos’ha fatto questo governo per combattere la mafia, visto che si vanta tanto, e come invece l’ha favorita, più o meno direttamente. Se volete potete ascoltarla in streaming lunedì 4 alle 17.30, qui.

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