Le montagne, una volta tagliate, non ricrescono. O per lo meno, non lo fanno in tempi che noi esseri umani possiamo percepire. E non si possono neanche ricostruire. Un danno alla montagna è totalmente irreversibile, e per questo, criminale e irresponsabile in senso assoluto. A meno che non riteniamo che le montagne, con la loro bellezza e biodiversità, il fascino, la varietà, la loro importanza nel formare l’identità di una terra e di un popolo, non servano a nulla. Siccome io non penso questo, appena ho sentito che la cava del cementificio che si nutre del Monte San Lorenzo, e già ne ha masticato una bella fetta, sarà ulterioromente ampliata, abbassando la montagna di 30 metri, ho deciso che dovevo andare a vedere.
Ieri è stato il giorno del mio pellegrinaggio a Maniago. Mi sono venuti a prendere due membri del comitato SOS Monte San Lorenzo, e mi hanno portato in visita alla cava. Il Monte San Lorenzo, in realtà, è alto poco più di 700 metri. Da un lato, si vede la pianura; dall’altro, si staglia il monte Jouf. Un paesaggio spettacolare. Lo stesso, tra l’altro, che ha colpito il regista Gabriele Salvatores, che proprio in questi luoghi ha deciso di girare buona parte del suo film Come dio comanda.
Già da subito, addentrandoci nel bosco, noto i cartelli: sparo mine. Quelle che fanno saltare per macellare la montagna. La cava, cioè la parte già mangiata del monte, è un fianco desolato di pietra e ghiaia, su cui hanno provato a piantare degli alberi, ma non essendoci più il terreno, ricrescono tristi e stentarelli. Vista dall’alto, ricorda la scena della cava di Gomorra -senza la bellezza cinematografica però. A fianco, un’altra montagna più bassa, il monte Albareit, sembra tosata come una pecora. Vorrebbero scavare ancora anche lì. Siamo saliti a piedi fino alla chiesetta dedicata a San Lorenzo, un minuscolo tempietto di montagna dipinto all’interno. Dentro troviamo un quaderno a righe, molto più pieno di dediche di quanto ci si potrebbe aspettare da quel posto sperduto. Un po’ più in basso c’è un edificio dove una volta abitava un prete venuto dall’ex Yugoslavia nel 1947, e scomparso misteriosamente. Ora quella casa ospita un ripetitore televisivo. Sotto di noi, nella foschia, si stende la pianura.
Loredana, una dei miei due accompagnatori, mi dice che questo monte ha per i maniaghesi un valore identitario, che ci sono storie e leggende sul suo conto. Un po’ come l’Albero Casa e l’Albero delle Anime di Avatar, suppongo. O forse molto meno. Salendo, Loredana mi dice: se raccogli i narcisi, che crescono qui e sono protetti, la guardia forestale ti multa. Però si possono portare via il monte intero.
Ultimamente mi sto renendo conto che non so i nomi degli alberi, di nessuno tranne “pini”, “palme”, e cose del genere. Si tratta di un sapere non necessario per la mia generazione, e che quindi pochi possiedono. Sto cercando di recuperare. Salendo individuiamo frassini, cornioli, noccioli, castagni… dal lato che non è stato mangiato, ovviamente. Camminiamo tra rocce e cespugli di erica. Dall’alto si vede anche il cementificio, di proprietà della Cementizillo e situato nel comune di Fanna, a cui presto si aggiungerà un inceneritore. Vediamo salire il fumo, anche se è domenica. Sembra tutto così ineluttabile. La cava si è fatta, un pezzo del monte è stato rovinato per sempre. Davanti a noi, la montagna di fronte porta ancora i segni, dopo decenni, di un’altra vecchia cava. Nel blu e nel verde si apre un’enorme ferita bianca, un orrendo squarcio, incancellabile. Il monte San Lorenzo perderà i suoi boschi e il suo panorama, abbassandosi di trenta metri. Non si può impedire.
Sto per ultimare un’inchiesta che ho fatto per dimostrare quello che sapevo già essere vero: a Udine sono state costruite case ben al di sopra delle necessità. A questo aggiungiamo tutti i lavori pubblici, le strade che non bastano mai, i parcheggi, i nuovi edifici. Le amministrazioni delle varie Bucodiculoville di cui è pieno il Friuli (con tutto il rispetto, sottolineo. voglio bene ai nostri paesi) che esultano se la popolazione aumenta, come se fosse una gara. Ecco cosa ci costa tutto questo. Montagne mangiate, via vai di camion, mine che esplodono e inquinamento. Una casa, se non la fai oggi e domani ti serve, la farai domani. Ma dopo che hai rotto una montagna per fare una casa che non serviva, non puoi più riparare nè domani nè mai. Il ricatto è sempre lo stesso: posti di lavoro. Circa 90, in questo caso. Ma come giustamente dice l’altra mia guida, Fulvio, anche il traffico di droga crea posti di lavoro. Le fabbriche di mine sono posti di lavoro. Il posto di lavoro non è un valore assoluto. Creano posti di lavoro le nuove case e le ristrutturazioni, i grandi alberghi come gli alberghi diffusi, il riciclaggio come l’estrazione di petrolio. Che lavoro vogliamo? Che futuro vogliamo? Siamo disposti a risparmiare l’ambiente, suddividerci meglio il lavoro, e stare bene lo stesso?
Al ritorno visito il borgo Poffabro, tra i cento più belli d’Italia, con le sue case in pietra e legno scuro. Ci sono presepi nascosti dappertutto: il mio preferito, tre figure di legno in bicicletta, dal titolo: Fuga in Egitto. Fulvio produce riproduzioni di armi antiche, e mi porta a visitare il suo laboratorio, spiegandomi la differenza tra una spada medievale e una cinquecentesca, mostrandomi elmi, cotte di maglia, scudi, asce… dal momento che la mia ultima ossessione è la grandiosa saga di George R.R. Martin, ammiro e tocco tutto con grande curiosità. Tastando e soppesando, decido nuovamente che non mi sarebbe piaciuto vivere nel Medioevo. Ma non mi piace neanche vivere in un’epoca in cui si spianano monti e si inondano di cemento le pianure, e nessuno dice nulla, se non qualche attivista sempre più isolato e furibondo.
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