gaia baracetti

il mondo del lavoro -parte quarta

Novembre 8, 2009 · 2 Commenti

Siamo arrivati al punto in cui fallisco miseramente il mio obiettivo di vincere un dottorato, ma decido lo stesso di lasciare il lavoro nella grande distribuzione. Per i mesi successivi, vivo con i soldi che ho messo da parte, mangiando minestre di fagioli perché costano poco (e non dovendo pagare l’affitto, va bene), e arrabattandomi con lavoretti: poso per un pittore a Trieste, mi faccio tagliare i capelli per 50 euro ai corsi di parrucchieri, leggo per una professoressa non-vedende (la più povera tra tutte le persone per cui ho lavorato negli ultimi due anni, ma l’unica che abbia avuto l’onestà e la coerenza di retribuire il mio lavoro in modo dignitoso). Quest’estate, mi accorgo che no, non riesco a mantenermi con il giornalismo come avevo sperato. Faccio domanda in un’associazione culturale: mi propongono tre mesi e mezzo di periodo di prova, pagandomi “qualche centinaio di euro al mese”. Dopo tre settimane di lavoro, mi azzardo a chiedere che equivalente numerico hanno attribuito alla parola “qualche”. Cento-duecento euro al mese, mi sento rispondere. Cosa?? Ma io mi devo mantenere!!
Di nuovo alla ricerca disperata di un lavoro. Ne trovo uno a vendere cibo in una bancarella. A nero, naturalmente, e se mi ustionavo o se mi fracassavo un alluce, erano solo cazzi miei. Naturalmente, non ho denunciato: se accetti delle condizioni, poi le devi rispettare, e poi loro mi hanno pagato subito e si sono comportati bene con me. Ma perché con i controlli non li prendono mai??
Nell’associazione culturale, nel frattempo, riesco a strappare un piccolo aumento. Alla fine ho lavorato dal 20 luglio all’8 novembre per 800 euro, in tutto. Senza contratto, con il primo pagamento che è arrivato a ottobre.
E rieccomi da capo. In tutto questo tempo, io volevo solo fare la giornalista, e di gente che mi farebbe scrivere o lavorare e mi vorrebbe pure pagare ce n’è anche, ma sempre mi dicono: non abbiamo soldi. Ed è vero. Non è solo la crisi. E qui arrivo al punto finale. Ogni giorno che passavo in quel gigantesco negozio, vedendo scorrere tra le mie mani fiumi di denaro, pensavo: ma perché queste persone non spendono un po’ meno per pilette e calzini, e un po’ più per libri, musica, giornali? Perché si pensa che il possesso materiale arricchisca la nostra vita più della conoscenza e dell’arte? Perché siamo pieni di centri commerciali, ma non abbiamo nessun caffè dove la gente si siede a leggere? E poi, perché le persone vogliono essere informate gratis? Nessuno certo veniva da noi, arraffava una borsa, e usciva: “prendo questa, grazie”. Eppure, i migliori giornali, le migliori radio, i migliori siti, sono ancora lì a supplicare con il cappello in mano: siamo indipendenti, facciamo buona informazione, se credete in noi, sosteneteci!
Io ogni tanto lo faccio. Io faccio anche altre cose strane, tipo vado a farmi riparare le scarpe dal calzolaio e se posso mi faccio fare i vestiti dalla sarta, perché penso che sia meglio essere sarta e lavorare in autonomia e con creatività, piuttosto che essere operaia in qualche fabbrica o commessa. Se non c’è buon lavoro, è anche colpa di come spende i soldi la gente. Spesso venivano da me dei clienti a sgridarci perché avevamo merce made in China. Non vuoi che si delocalizzi? Non vuoi che i lavoratori vengano sfruttati? Vuoi che i giovani abbiano un futuro?
E allora che cazzo ci fai in un centro commerciale.

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il mondo del lavoro -parte terza

Novembre 3, 2009 · Lascia un Commento

LSE Library02Ho fatto sembrare il mio lavoro nella grande distribuzione vagamente spaventoso, ma ogni tanto quasi lo rimpiango, vedendo cosa è venuto dopo (se non leggono quello che ho scritto fin qui, può darsi pure che un giorno mi toccherà chiedergli di riassumermi). Innanzitutto, poco prima di lasciare, avevo tentato l’esame per un dottorato. Priva di contatti nel mondo accademico, avevo pensato di provare con La Sapienza di Roma. A rigor di logica, una selezione per il dottorato non dovrebbe passare per un esame, troppo vago, soprattutto nelle materie umanistiche, ma per titoli, colloquio, e una proposta di ricerca. Ma alla Sapienza hanno deciso di fare un esame-scrematura. Quindi ho passato l’estate su un libro di storia scritto negli anni ‘70 che il professore mi aveva consigliato, non sapendo che si trattava di una crudele fuorviazione.
Prima però bisogna raccontare come ho gestito la parte burocratica ante esame.
Inghilterra: voglio fare domanda per un master alla London School of Economics, sul sito controllo che la mia media canadese sia superiore alla media minima di voti che alla LSE pretendono da chi ha studiato in Canada (hanno una tabella con tutti i paesi), affermativo, un paio di email e telefonate alla mia università candese, e mandano tutto il materiale necessario all’università inglese senza chiedermi di pagare (ho già pagato abbastanza). Gli sembravo una buona studentessa, e mi hanno preso. Tutto è stato fatto e verificato tramite internet.

Italia. Con una serie di telefonate a Roma scopro che gli basta la dichiarazione di valore, cioè un pezzo di carta ufficiale che dica che non mi sono inventata tutto e sono veramente laureata in Canada. Naturalmente, questo non può rilasciarlo la mia università canadese, eh no. La mia autentica laurea in inglese e latino (inglese! latino!) non gli sembra abbastanza autentica. Allora devo mandare le mie carte ad un amico in Canada (santo), lui le porta ad un traduttore ufficiale, poi le va a prendere e le porta al consolato italiano a Montreal, le leggono, mi fanno una dichiarazione ufficiale, e il mio amico mi rimanda tutto in Italia. Tra copie notarili, spedizioni superassicurate, traduzioni, e balzelli vari, la cosa costa svariate centinaia di euro. Potevo fare a meno di fare l’università all’estero, in effetti.
Poi devo fisicamente portare tutto a Roma. Arrivo nell’ufficio dell’università dopo una notte in treno abbracciata ai miei insostituibili documenti. C’è un tizio che sbraita contro le impiegate perché è la millesima volta che viene lì e non ha ancora ottenuto niente. Quando se ne va, l’impiegata mi guarda e mi dice: “è così nervoso…”, con il tono di una madre preoccupata. Finalmente consegno le fotocopie. Tralascio di raccontare la parte in cui, tornata in stazione, mi accorgo di averle perse e inizio a scapicollarmi in giro per Roma Termini in preda al panico.
Un po’ dopo tutto questo, telefono a Roma per confermare che la mia domanda sia a posto.
“Un attimo che vado a prendere il faldone…”
“….”
“… Baracetti, sì c’è”
“Gentilmente, potrebbe dirmi quanti siamo a fare domanda?”
“Oh, doveva dirmelo prima, l’ho già rimesso a posto…”

Il giorno dell’esame, dopo l’appello eccetera, prendono le tre buste con le domande. Assurdità nell’assurdità, ne viene estratta a sorte una, e le altre domande te le leggono solo per farti venire il nervoso in caso tu sapessi proprio quelle. Il mio caso. “Le conseguenze della caduta del muro di Berlino” -bè, lì ci puoi ficcare veramente tutto. “Nazionalismo tra settecento e ottocento” -l’avevo previsto! E invece estraggono proprio “Europa e il nuovo mondo tra XV e XVI secolo”. Ma… il professore non mi aveva detto di studiarla, non la so! E poi, scegliere un dottorando mettendolo alla prova con un temino che sembrerebbe vago e sciatto persino per un esame di terza media??
Mi sono alzata ridendo e me ne sono tornata a Udine senza scrivere neanche una riga.

Non sarò mai una storica, ma quest’anno mi sono presa la mia rivincita. Avevo fatto una buona tesi di master sulle foibe, la volevo pubblicare, ho chiesto ad un professore di Londra come fare, mi ha dato un paio di consigli e mi ha detto: qui non è l’Italia, la mandi alla rivista che ti interessa, senza bisogno che un professore ti faccia da tramite.
Alla rivista è arrivata questa tesi di una signorina nessuno, l’hanno letta, gli è piaciuta, me l’hanno fatta sistemare fin nei minimi particolari (hanno sommato le liste di morti per vedere se tornavano i conti), e poi me l’hanno pubblicata. Mi hanno chiesto di fare una nota biografica, ma io non avevo niente di cui bullarmi. “Giornalista freelance”, c’è scritto accanto al mio nome, umilmente, e dì grazie che ho potuto mettere quello.
(fine terza parte)

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il mondo del lavoro -parte seconda

Novembre 1, 2009 · 3 Commenti

STP63574L’idea di parlare di tutto questo è partita da degli articoli che ho letto sui suicidi alla France Tèlècom, anche se dove lavoravo io eravamo tutti ben felici di essere vivi. L’ambiente, però, era estremamente competitivo. La mattina iniziava con il lancio: ci radunavamo attorno alla reception e sparavamo cifre che dovevano corrispondere a quanti soldi ciascun reparto pensava di fare ogni giorno. Non si poteva essere troppo bassi (così poco?), nè troppo alti, perché poi non era il massimo mancare il bersaglio.
Dall’alto si creava competizione tra venditori di uno stesso negozio, tra stessi reparti di diversi negozi, tra stessi negozi di una diversa area… tutti in gara contro tutti, davanti a tutti. Noi cassiere ricevamo regolarmente un rapporto che ci mostrava quanti errori aveva fatto ciascuna, chi era la più veloce e chi la più lenta, e così via. Non credo la mia psiche sia stata danneggiata da questo, nè le amicizie tra noi. Ma cosa può fare a lungo termine un trattamento del genere?
La parte peggiore, comunque, erano i clienti. E’ lì che ho iniziato a detestare il mio popolo, che sembrava deciso a dare le peggiori dimostrazioni possibili di quelli che sono gli stereotipati difetti friulani: diffidenza, attaccamento al denaro, e carattere burbero.
Ci dev’essere un qualche motivo per cui uno non entra in un negozio elegante e fa lo sbruffone, però quando si trova davanti dei ragazzini addestrati a sorridere, al soldo di una multinazionale che giustamente sospetta si stia facendo un sacco di soldi grazie a lui, si sente autorizzato a rompergli i coglioni e farsi valere su qualunque cosa.
Tralasciando i casi più eclatanti, dico che in molti al momento di pagare 100-200 euro di merce spesso quasi inutile venduta a prezzi oggettivamente bassi, avevano pure il cattivo gusto di borbottare perché facevamo pagare i sacchetti, tra l’altro biodegradabili. Cercavano di farci sentire in colpa rinunciando orgogliosamente al sacchetto, ci chiedevano: volete che me la porti in mano? indicando seccati la macchina parcheggiata neanche tanto lontano (avevamo l’ordine di lasciare i posti migliori ai clienti), ci dicevano che era illegale farli pagare, ci chiedevano se non ci vergognavamo… per pochi centesimi! Dopo qualche mese di sorrisi, questa cosa ci aveva esasperato. Appoggiavo le mani sulla casa, e guardavo clienti pensando: “Dai! dai, dimmi che i sacchetti non si fanno pagare!”
Lavorare lì mi ha dato la dimostrazione che la gente 1. è maleducata, 2. spende i soldi alla cazzo. Io, che non ho un lavoro stressante ma ben pagato e una famiglia con cui non mi viene in mente niente di meglio da fare che portarla a fare shopping, prima di comprare una cosa la provo, ci penso e ripenso. Lì la gente usciva, si infilava la maglietta appena acquistata, e rientrava dall’altra porta: “l’ho appena presa, è grande, posso cambiarla?” Una volta un tizio ci ha riportato una maglia dicendo che la cucitura era storta. Il venditore gli ha dimostrato che erano tutte fatte così apposta. Questo aveva evidentemente arraffato una maglietta a caso, gettandola nel cestino, che l’azienda fornisce abbastanza grande da farlo sembrare vuoto anche quando non lo è.
Lo scopo ufficiale è accontentare il cliente. Lo scopo reale è vendere, vendere, vendere. La disposizione della merce, i consigli dei venditori, i prezzi, l’orario di apertura, tutto ha una sola finalità: rifilare alla gente quante più cose possibile, che gli servano o no. “Va in campeggio?”, ci addestravano a chiedere, “ha già una torcia? una tenda? un sacco a pelo?”
Ma la gente si merita tutto questo. Certe domeniche radiose, scocciati perché ci toccava stare lì invece di scorrazzare tra i monti, vedevamo i clienti fuori dalla porta ad aspettare impazienti l’apertura del negozio. Molti venivano a ringraziarci, commossi: ma quanta bella roba avete qua! In realtà era solo tanta, colorata, economica, e superpubblicizzata. E quanti soldi si fanno così! Appena potevamo andavamo a guardare sui computer, aggiornati al minuto, i conteggi dei soldi che stavamo facendo. Altro che crisi! Quando va bene, cioè spesso, quel negozio fattura più di centomila euro al giorno.
La gente compra roba che non gli serve: lo so perché non la guarda neanche con attenzione, o perché appena in cassa gliela batti ad un prezzo leggermente superiore a quello che si aspetta, te la lascia lì. Ma uno zainetto o ti serve o non ti serve, cosa cambiano due euro? Al minimo difetto, fosse anche una cosa correggibile come una piccola scucitura, ti riportavano la merce, e se qualche venditore non se la prendeva ad un prezzo ridotto, finiva buttata via.
Un’altra cosa che ho visto coi miei occhi è il meccanismo alla base della crisi economica che sta facendo perdere così tanti posti di lavoro: il debito. Io non mi sono mai indebitata in vita mia. Vivo con poche centinaia di euro al mese, risparmiando per il futuro. Invece da noi arrivava gente, che prendeva migliaia di euro ogni mese, a fare un finanziamento per una cyclette, una palestra, una bicicletta che magari ci avrebbe riportato mesi dopo dicendo che non l’aveva neanche usata. Adesso i giornalisti raccolgono le storie di chi si è trovato inculato, con mille finanziamenti e mutui e debiti e senza più il lavoro. Potevano anche pensarci prima.
Questo lavoro comunque è finito perché pensavo di potermi dedicare alle mie passioni: studiare, e scrivere. Evidentemente non è stato così.
(fine seconda parte)

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Ottobre 31, 2009 · Lascia un Commento

Scusate ma stavolta il blog Spinoza ha superato sè stesso: www.spinoza.it

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il mondo del lavoro -parte prima

Ottobre 30, 2009 · Lascia un Commento

DSCN0762Ieri stavo leggendo l’ultimo numero di Carta, che parlava tra le altre cose del famoso caso di suicidi alla France Tèlècom – 25 dall’inizio del 2008, più una dozzina almeno di tentativi falliti. Molti, inclusi gli stessi suicidi, hanno dato la colpa all’ambiente lavorativo alla Tèlècom: pressioni psicologiche, spostamenti, paura dei licenziamenti, declassamenti… e simili fenomeni di suicidi tra i lavoratori hanno interessato anche altri ambienti lavorativi in Francia (ad esempio alcuni casi in stabilimenti automobilistici).
La cosa più strana per me da capire è non tanto che i superiori o l’ambiente portassero i lavoratori all’esasperazione, quanto che questa esasperazione fosse tale da spingere le persone ad un gesto così estremo. Il suicidio è la rinuncia a tutto quello che di bello ci può essere nella vita, è la terrificante scelta dell’oblio o di un aldilà che nessuno sa come sia, è un gesto totale che non mi permetto di giudicare, ma che fatico a capire in caso di problemi sul lavoro: a differenza di una malattia degnerativa, di un lutto o anche di una depressione cronica, un lavoro è qualcosa che si può cambiare e che prima o poi finisce. Allora perché lasciare che un fallimento professionale ci uccida? Davvero siamo arrivati ad identificare la nostra vita così totalmente con il lavoro che facciamo?
Leggendo la descrizione che il giornale faceva dell’ambiente lavorativo di France Tèlècom, basata su di un libro del giornalista francese Ivan du Roy, mi è venuto in mente quando ero io a lavorare in una multinazionale francese, a Udine, al gradino più basso, come cassiera e receptionist. Niente che mi abbia mai fatto venire voglia di suicidarmi: l’ambiente era giovane, la paga buona e puntuale, e i rapporti lavorativi venivano gestiti con serietà (è vero che ci era stato suggerito di non iscriverci ai sindacati… ma io l’ho fatto lo stesso e non ne ho avuto bisogno). Eppure, ho deciso di raccontare la mia personale esperienza lavorativa negli ultimi due anni, non perché io abbia qualcosa di eclatante da riportare, ma perché penso possa gettare luce sul mondo del lavoro in Italia. Io personalmente ne sono rimasta molto delusa. I migliori contributi che ho dato alla società negli ultimi anni, li ho dati gratis o quasi. E più sono stata pagata, più mi sono sentita inutile.

Ma andiamo con ordine. All’inizo del 2008, stavo cercando un lavoro purchessia: avevo urgente bisogno di guadagnare qualcosa. Con un curriculum come il mio (università in Canada più master in Inghilterra), ed essendo in Italia, mi trovavo in una situazione paradossale: non avevo i contatti per accedere agli ambienti per cui magari sarei stata qualificata, ma se cercavo qualche lavoro meno prestigioso, tipo commessa, guardavano il mio curriculum e pensavano che li prendessi per il culo. “Master di storia alla London School of Economics: posso venire a vendere i tranci di pizza?” “Ha-hahahaha! Ha-hahaha!”

Alla fine ho trovato un posto dove cercavano studenti e giovani per un part-time: la multinazionale di cui sopra, di cui tacerò il nome perché non è così importante. Semplificando, un posto in cui lavorano venditori e cassiere part-time, e poi un livello superiore di responsabili, oltre al direttore e a due altre cariche importanti.
Lavorare lì dentro diventa un po’ come aderire a una setta, o essere uno scout… L’azienda ha un gergo comprensibile solo agli addetti ai lavori: fammi un balisage, passami un cabas, prendi il DAO… per cementare questo senso di appartenenza, e rendere partecipi tutti i lavoratori al successo dell’azienda, venivamo aggiornati sui nuovi progetti e prodotti, prendevamo un bonus se il reparto andava bene, ci organizzavano escursioni tutti insieme, cene, feste… alla fine, c’era gente, soprattutto responsabili, la cui vita iniziava e finiva lì dentro. Vedevo ragazzi dai 24 ai 30 anni lavorare 50, 60 ore alla settimana, sempre sotto pressione, sempre stanchi, lontani da casa, rinunciando a serate e domeniche libere. Finivano per uscire solo gli uni con gli altri, mettersi gli uni con gli altri e farsi le corna gli uni con gli altri. Lavorare, uscire a bere, lavorare. E poi, ad un certo punto, bisogna lasciare tutto questo, perché arriva la chiamata: è ora di “crescere”. Come farebbe l’esercito, o la chiesa cattolica, ti prendono e ti dicono: vuoi fare carriera? Vai dove ti diciamo noi. Nel caso dei miei ex colleghi, gli avanzamenti di carriera li portavano sempre in posti orribili e nebbiosi come Mestre o Treviso… perché questi enormi negozi non stanno in città. Troneggiano nelle periferie in mezzo a giganteschi parcheggi, cemento su cemento, desolazione su desolazione. Dal nostro negozio almeno si vedevano le montagne, finché non ci hanno costruito degli uffici davanti. E ogni giorno quelle montagne, che guardo sempre quando ho bisogno della promessa di un maestoso altrove, ogni giorno quelle montagne mi dicevano: “ma cosa fai qui…cosa fai quiiii…”
(fine prima parte, se no è troppo lungo)

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senza lavoro

Ottobre 30, 2009 · Lascia un Commento

La Repubblica ha raccolto storie, come li chiamano loro, della “generazione perduta“: giovani disoccupati, sfruttati, sottopagati, precari… “ci avete traditi, restituiteci la vita”, dice il titolo. Io penso, come ho sempre pensato, che se uno vuole una cosa se la deve prendere. Dobbiamo scendere tutti in piazza, a chiedere, secondo me, ammortizzatori sociali seri, così da non essere costretti ad accettare lavori a nero o umilianti pur di non morire di fame, e redistribuzione dei redditi, perché non si può sperare di andare avanti con questo modello economico che distrugge l’ambiente, pur di produrre e non far restare la gente senza lavoro. Comunque, io sto preparando un personale resoconto della mia esperienza lavorativa degli ultimi due anni, da pubblicare qui, sperando che non abbia quel tono lagnosincazzoso che hanno tutti i resoconti dei giovani italiani. A ragione, per carità. Ma forse sarebbe più utile trovare un sistema per lottare tutti insieme.

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nè vivi, nè morti

Ottobre 27, 2009 · 9 Commenti

RSCN1654[1]Mi dispiace lasciare intendere già da subito che non sto  scrivendo una cronaca “imparziale”, ma devo dire che stasera ho assistito ad uno spettacolo terrificante. Mi sono imposta di andare a sentire l’incontro organizzato dalla Lega Nord “No al cimitero islamico“: non riuscivo infatti a capire con che  argomentazioni si dicessero contrari e raccogliessero firme di protesta. Adesso l’ho capito, e confesso anche che questa è la prima volta che la Lega non mi fa per niente ridere, ma solo tanta paura.
La sede prescelta era il bar da Mario a Paderno, perchè è il cimitero di Paderno che accoglierà i morti musulmani. Il bar era pieno: un centinaio di persone, a occhio, in stragrande maggioranza uomini, soprattutto anziani e di mezza età (probabilmente quelli a cui l’idea di perdere un posto in cimitero nell’immediato fa più incazzare), qualche giovane.
Mi siedo, e inizio a parlare con una signora, una signora arrabbiata, che mi racconta di come a Paderno sia un problema per gli stessi residenti trovare posto al cimitero. E tira fuori anche la solita solfa delle case popolari che “vanno prima agli immigrati”. Qui la sinistra, e anche il rigor di logica, hanno fallito clamorosamente, trasformando quella che dovrebbe essere una battaglia collettiva per la tutela del diritto alla casa (e alla tomba, anche se non ci avevo mai pensato), al welfare, e così via, in una lotta tra poveri. Stranieri e italiani dovrebbero manifestare insieme per avere tutti più servizi, pagati tagliando sprechi e con la lotta all’evasione, e redistribuendo la ricchezza. Ma per questo ci vorrebbe un’altra coscienza collettiva.
Prendo in mano un volantino della Lega. A quanto pare, “la Lega Nord non è contraria alla sepoltura secondo le prescrizioni delle varie fedi religiose, nel rispetto delle norme sanitarie e soprattutto se rispetta i cittadini di Udine e in particolare di Paderno”. Questa è una tecnica retorica tipica della Lega, la stessa che porta Borghezio ad andare in televisione a dire: io non sono razzista.

I leghisti si riservano sempre di sostenere pubblicamente, quando è necessario, di essere favorevoli all’integrazione, non razzisti, eccetera, salvo poi contraddire queste proclamazioni nei fatti e nel grosso delle loro campagne, dei comizi, e delle esternazioni pubbliche.
Il problema allora, tornando al cimitero, qual è?  Forse i 300 000 euro per la sala di commiato “laica”, ma nessuno degli oratori ci ha prestato molta attenzione, e poi sono soldi già spesi. Allora? Geniale: i musulmani si vogliono segregare, pretendendo una parte di cimitero tutta per sé! Non si integrano! E poi non avranno neanche, calcoli alla mano, il buon gusto di morire in quantità sufficente a riempire le centinaia di posti riservati a loro. A quanto dice Luca Dordolo, consigliere comunale della Lega a Udine, i musulmani in città sono meno dei circa 5000 che si crede (e allora che vi agitate a fare??), e i posti al cimitero islamico, quelli girati verso la Mecca, sarebbero potenzialmente aperti a tutti. Ma Dordolo rivela uno scoop: persino il vicepresidente del consiglio regionale Della Rossa, in confidenza, gli ha detto che lui con i musulmani non ci si farebbe seppellire. Allora rischiamo, avverte Dordolo, che tutti i cadaveri di musulmani della regione vengano a finire a Paderno!! E a Paderno ci sono già gli zingari che rubano!! Aggiungici pure i musulmani morti che si decompongono e quelli vivi che ci pregano sopra: un evidente complotto ai danni dei cristiani bianchi che non rubano (o almeno non si fanno beccare), non si decompongono e non pregano. Ma la Lega non è un partito razzista, attenzione!
Luca Dordolo, ci tengo a dirlo, è lo stesso sofisticato pensatore che, quando in consiglio comunale si discuteva della proposta di gemellaggio con la capitale camerunense Yaoundè, obiettò: “forse che dopo le stupende piste ciclabili abbiamo in mente di fare le “cammellabili”, come a Yaoundé? Non vorrei scadere, però del Camerun io ricordo solo il portiere della famosa nazionale dell’82, e non vedo molti motivi per fare di Yaoundé una città da gemellare.” Adesso avverte: a Paderno rischia di succedere come ad Arcene, in provincia di Bergamo, dove i musulmani hanno fatto togliere le croci dalle tombe. In realtà, da una ricerca su Internet apprendo che non sono le tombe ad essere senza croci, ma il cimitero costruito ex novo. Per quanto mi riguarda, le croci dovrebbero stare nelle chiese e nelle strutture private, nelle opere d’arte, e anche nei cimiteri vecchi, perchè sono parte dell’architettura del paese, se non altro. Altra cosa sono i crocifissi appesi alle pareti di tribunali, scuole pubbliche, ospedali -e non sono musulmana, io.
Dopo Luca Dordolo interviene Maurizio Franz, consigliere regionale della Lega Nord. Radicicristianeculturamillenariaidentità, al solita solfa. E naturalmente, “nessuno vuole fare discriminazione”, però bisogna prima pensare alla nostra gente. Mi piacerebbe sapere che definizione danno loro di discriminazione, a questo punto -se non è fare preferenze in base ad etnia, credo, o nazionalità, allora cos’è? Poi due gemme. Il centro sinistra è disperato, “hanno bisogno dei voti degli extracomunitari”. Infatti è noto che gli extracomunitari votano in Italia da un pezzo, non si sa Fini cos’ha capito. E poi: “Udine ha seri problemi di sicurezza”. Certo. Mi viene in mente la volta in cui mia sorella ha accompagnato un amico a fare un reportage sul degrado a Udine, e hanno trovato delle cartine per terra.
Poi entriamo nella vera atmosfera da comizio leghista. Scalda il pubblico Enzo Bortolotti, sindaco leghista che “si è distinto per le battaglie contro il burqua” ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Azzano Decimo, detta anche la Piccola Kabul! Possono volare gli aquiloni, ad Azzano Decimo? O i talebani hanno messo le mani anche su quelli?  Là ad ogni modo non ci saranno cimiteri islamici, o “mettiamo le barricate”! Secondo questo signore bilioso, è colpa dei magistrati di sinistra se ci saranno delle sommosse, e dei preti falsi che predicano bene e razzolano male. Ne ha anche per i “deficienti che votano ancora la Serracchiani” -applausi dal pubblico. Avverte: “una volta che sono istituzionalizzate le moschee, verranno tirati su i kamikaze”. I cinesi non pongono problemi, tanto non muoiono mai e se muoiono ce li servono al ristorante. Enzo Razzista-a-chi Bortolotti se la prende con quel “collaborazionista” di Honsell (“genovese! e la Serracchiani? romana!” borbotta il pubblico) e difende Borghezio, ingiustamente condannato per le sue idee.
Poi si alza Edouard Ballaman, nientemeno che presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, un tizio di madrelingua veneta e friulana, che dice di parlare italiano come lingua straniera, e per giunta pronunciando le C e le G come il doppiatore di Paperino. Senza nessuna competenza specifica se non quella dell’autodidatta con il dente avvelenato (di professione è commercialista, non storico), si lancia in una lunga disquisizione sull’Islam. Le solite storie: versetti che si contraddicono, uccisione di miscredenti, maschilismo. Mi chiedo se abbia mai letto con altrettanta attenzione la Bibbia, perché il risultato è molto simile.
Ci tengo a precisarlo: non ho particolari simpatie per l’Islam, mi ritengo neutrale, e mi dissocio da quegli intellettuali ed elettori di sinistra che usano i due pesi e le due misure a vantaggio dell’Islam, trattando come illuminati comportamenti che deplorerebbero se venissero da ambienti cattolici. Nè penso che una pratica debba essere consentita solo perché prevista da una religione alla quale si garantisce comunque libertà di culto: la macellazione secondo rito islamico, ad esempio, è crudele e non dovrebbe essere permessa. Però esigo che quando si parla di Islam lo si contestualizzi nella sua storia e sociologia, non dimenticando che le donne prima di Maometto stavano anche peggio, e che la stragrande maggioranza dei musulmani sono pacifici, e invece di tirare sempre fuori l’Arabia Saudita e l’Afghanistan, vorrei sentir parlare anche dei musulmani dell’Indonesia, per esempio. E basta citare a caso passaggi dal Corano, perché alla fine, se veramente si dovesse fare quello che c’è scritto nei libri sacri, bè, leggetevi il Levitico, è una storia lunga. E nel Vangelo i ricchi sono molto criticati. Non si capisce cosa ci faccia la Lega col Pdl, in effetti, o il Pdl con i cristiani.
A questo punto mi accorgo che, nonostante tutto, non mi sono persa una parola di quello che hanno detto gli oratori. Sarà perché ero ansiosa di confutarli? Mi ricordo che all’ultima riunione di Sinistra e Libertà, la settimana scorsa, non sono riuscita ad ascoltare con attenzione un singolo intervento dall’inizo alla fine. E questo è uno dei motivi principali per cui la Lega Nord prende un sacco di voti, e la sinistra no. In qualche modo, riescono a far ascoltare le loro farneticazioni.

Ballaman distribuisce un libretto anti-Islam, la cui copertina trovate in cima al post. Dopo di lui parla Pietro Fontanini, presidente della provincia. Immancabili i riferimenti alla ragazza marocchina uccisa in provincia di Pordenone perché stava con un italiano, e al terrorismo islamico, che nonostante tutto non ha ancora fatto morti sul suolo italiano. Anche qui, la visione del mondo presentata è estremamente selettiva. In Lombardia la mafia ammazza più dei musulmani. La violenza sulle donne è diffusa in Italia da molto prima dell’immigrazione di massa, e recentemente a Roma un uomo ha accoltellato la figlia perché si era di nuovo trovata un ragazzo albanese (povero papà, voleva solo proteggerla, sembra suggerire l’articolo della Repubblica in proposito). Per non parlare delle aggressioni neofasciste, a matrice omofoba, razzista, politica, di cui abbiamo notizia quasi ogni giorno. Se a Roma la gente ha paura ad uscire, è colpa degli italiani ancor più che degli stranieri. La violenza la commettono in tanti, in questo paese, è ingiusto citare solo le aggressioni musulmane.
Avendo resistito fino a Fontanini, l’oratore di punta, confesso che non ce l’ho fatta più. Il punto non è il cimitero islamico. Se avessero semplicemente chiesto di ampliare ulteriormente lo spazio nel cimitero per venire incontro anche alle richieste dei residenti non musulmani, oppure di accertarsi che almeno parte degli spazi non utilizzati dai musulmani ospitasse qualcun altro, gli avrei dato ragione, anzi, l’ammistrazione comunale doveva essere più attenta in merito. Ma non era quello il punto. L’incontro si è trasformato nella solita, infinita invettiva contro stranieri, rom, musulmani, magistrati, persone di sinistra… mi sembrava di aver assistito ai due minuti dell’odio descritti in 1984 di Orwell. Il pubblico al bar da Mario si è limitato ad applaudire, annuire e borbottare, eppure la rabbia e l’odio che riempivano quella stanza mi facevano paura. Sono andata via con la tachicardia. Davvero, non c’è niente da ridere. Possono accampare tutte le scuse che vogliono sulla loro non-discriminazione, e persino gli illuminati di sinistra possono continuare insistere a dire che però bravi i leghisti che sono radicati sul territorio, che sono buoni amministratori… A me fanno paura. Se ci fosse una crisi seria, in Italia, ancora più disoccupazione, magari fame, cosa direbbero, questi “bravi amministratori”, alla brava gente che li ha eletti? Cosa li spingerebbero a fare?

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le lunghe code

Ottobre 25, 2009 · 2 Commenti

Immag078Avevo deciso di trascurare temporaneamente il blog per dedicarmi alla preparazione di un “lungo viaggio”, che per come si mettono le cose finirà per essere più che altro un giro dell’isolato, però ci sono troppi spunti e non riesco a resistere alla tentazione di scrivere.
Oggi per esempio sono andata alla Festa della Zucca a Venzone. Ero in compagnia di due cari amici e la giornata è stata splendida. Solo che osservando quello che c’era attorno a me non potevo non riflettere su un’infinità di questioni, tutte relative a che cosa significhi vivere in un’isola di benessere e individualismo. Cosa c’entra la zucca?
Essendo i mezzi pubblici largamente insufficenti, ci siamo trovati costretti a prendere la macchina anche noi. La coda iniziava già a Gemona. La gente lavora troppo, lavora tutta la settimana, e avendo solo la domenica libera, la domenica si riversa in massa nel posto più ovvio, in questo caso la Festa della Zucca. E già questo è un problema. Ogni volta che c’è una giornata o una settimana di ferie (vedi Ferragosto!), vediamo lo stesso triste spettacolo: lunghissime file di profughi-su-suv che scappano tutti verso lo stesso posto, tutti lo stesso giorno. Chilometri, e chilometri, e chilometri, di invidui esasperati rinchiusi in lamiere – più qualche furbo che sfreccia nella direzione opposta contando quanto è lunga la coda e congratulandosi con sé stesso di non farne parte.
Le macchine avevano per lo più due-tre persone dentro. Siamo ancora abbastanza ricchi da non dover condividere i passaggi. E abbastanza stronzi da parcheggiare lasciando un metro e mezzo libero per lato, chi se ne frega se così ci stanno metà delle macchine, almeno quando esco non faccio fatica con la manovra.
Sicchè tutti gli spazi erano occupati e abbiamo dovuto parcheggiare lontanissimo, e nonostante il caldo torrido e gli scarponi nuovi è stato piacevole camminare un chilometro e mezzo fino a Venzone -ecco una cosa veramente medievale! Ma non siamo più abituati a camminare. Mi è rimasto impresso il misto di sgomento e irritazione che ha annuvolato il volto di un tizio a cui abbiamo detto che per Venzone mancava un chilometro, da fare a piedi. A piedi?!?

E poi il paradosso. Tutte quelle persone che cercavano bellezza, piacere, e compagnia, e che per raggiungerli creavano per sé stessi e per gli altrii bruttezza (l’infinita, grigia fila di macchine), puzzo (i gas di scarico), e solitudine. La solitudine consiste nel fatto di trovarsi tutti ammassati a Venzone, ma non insieme, anzi, preoccupati solo di non perdere di vista gli amici nella folla, odiando i vecchi, i passeggini e i rincoglioniti che ti si bloccano davanti; di trovare un posto per pisciare senza aspettare mezz’ora, e di mangiare seduti. Uno potrebbe dirmi: che ci sei andata a fare? Forse come tutti gli altri pensavo di trovare qualcosa che in effetti non c’era. Alla fine siamo andati da altre parti, lontani da quella ressa, e io penso che quella sia stata la parte migliore.

Non sto descrivendo niente di particolarmente originale. Penso solo a questa combinazione di realtà: le 40 ore minime di lavoro settimanale che toccano a tutti, la domenica come unica occasione di stare insieme a famiglia e amici, i prati e i parchi vuoti in città, perché se ho un attimo libero ti pare che lo passo sotto casa a fare quattro chiacchere con i vicini? Ne aprofitto per fare shopping, o ammassarmi in una sagra o un centro commerciale o una fiera o qualcosa che sappia di domenica e di vacanza e dove devo solo spendere e guardare e non fare fatica. Con la solita compagnia -se non sei studente, il tempo e l’occasione di fare nuove amicizie difficilmente ce l’hai.
Io credo fortemente nell’idea di decrescita, dove tutto questo sarebbe impossibile. Lavoreremmo di meno, avremmo meno soldi da spendere, possederemmo meno auto, e potremmo passeggiare e goderci la vista ovunque, respirando aria pulita, potremmo trovarci nei luoghi pubblici tutti i giorni per scambiare quattro chiacchere, incontrarci sugli autobus e sui treni, e fare festa spontaneamente, chi suona e chi fa il giocoliere e chi racconta storie, senza aspettare che qualcuno ci organizzi un festival per andare a stare in piedi e guardare. Sembrano banalità da vecchio hippie, ma io ci credo…

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martedì 27 ottobre manifestazione a Trieste

Ottobre 23, 2009 · 1 Commento

Ricevo e pubblico

No al welfare che discrimina, sindacati in piazza il 27 ottobre

ore 14.30 concentramento in Piazza Unità
ore 15 corteo

Comizio finale davanti alla sede del Consiglio regionale in Piazza Oberdan

La legge approvata il 1° ottobre dal Consiglio è una bruttissima pagina per il Friuli Venezia Giulia: una legge approvata solo per escludere gli immigrati nell´accesso al welfare e che per farlo non esita a penalizzare anche i cittadini italiani provenienti da altre regioni». Cgil, Cisl e Uil dichiarano battaglia alla nuova legge. Un´iniziativa che si svolgerà su due fronti: quello giuridico, valutando l´impugnabilità davanti alla Corte Costituzionale, e quello politico, con una manifestazione in programma nel pomeriggio del 27 ottobre a Trieste, davanti al Consiglio regionale. «L´apporto degli immigrati – dichiara Franco Belci, segretario regionale della Cgil – corrisponde al 10% del Pil regionale e il loro contributo al gettito fiscale ammonta a 100 milioni, 60 dei quali restano in regione. È profondamente sbagliato negare a queste persone servizi che sono finanziati anche attraverso le loro tasse. Ed è paradossale che la prima legge approvata da questa maggioranza in materia di welfare sia stata concepita con l´unico intento di negare diritti agli immigrati, cedendo al ricatto della Lega». Durissimi anche i segretari di Cisl e Uil Giovanni Fania e Luca Visentini. «Questa è una legge odiosa – dichiara Fania – perché discrimina anche categorie deboli come anziani e bambini. Assurdo poi che si invochino obiettivi di razionalizzazione della spesa: sui diritti e sui valori di civiltà non c´è alcuno scambio possibile». Visentini, da parte sua, mette sotto accusa l´inerzia della Giunta e l´assenza di confronto col sindacato in materia di sanità e assistenza welfare: «Quella approvata due settimane fa – dichiara – è tutto fuorché una riforma: invece di affrontare le grandi priorità, come il riordino della rete ospedaliera e il potenziamento dei servizi territoriali, questa legge interviene per discriminare gli immigrati. E che rischia di innescare l´ennesima questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale».

e tagliare i costi della politica, una buona volta?? prendere i soldi lì??

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l’anno scorso

Ottobre 21, 2009 · 2 Commenti

50 sindaci calabresi hanno fatto un sit-in di protesta davanti a Palazzo Chigi, per sollecitare un intervento del governo riguardo alle navi contenenti rifiuti tossici nei mari della Calabria. Che risalto ha avuto questa notizia? Nessuno. La storia dei calzini turchesi è indubbiamente più divertente.

n659363528_1668959_921Un amico, un ricercatore, mi ha segnalato questa petizione di protesta contro il ritardo del Miur nel rendere noti i vincitori di un bando che avrebbe distribuito 50 milioni di euro tra una sessantina di giovani ricercatori – i cui nomi avrebbero dovuto essere resi noti già ad agosto, e invece ancora niente.

Penso spesso all’Onda, in questi giorni… un anno fa, eravamo nel pieno delle manifestazioni, ci riunivamo di continuo, marciavamo per le strade, parlavamo in pubblico, cantavamo slogan, preparavamo striscioni, ci confrontavamo, ci conoscevamo, uscivamo sempre insieme, tutto ci sembrava possibile, pensavamo davvero che qualcosa stesse cambiando, persino nella sonnolenta Udine… la storia di tutte le brevi stagioni di protesta.

E’ passato un anno, e il movimento è morto e stramorto. Non abbiamo ottenuto praticamente nulla dal governo, abbiamo sì preso coscienza, ma di coscienza i giovani italiani ne hanno fin troppa, è la capacità di agire che manca. Siamo riusciti anche a litigare tra noi; molti, come spesso capita nelle proteste studentesche, si sono dispersi: chi si è laureato, chi ha cambiato città, chi studia all’estero… quando ci incontriamo tra noi (perché le amicizie sono rimaste, almeno quelle!), ci diciamo che sembra passato un secolo.

A cosa è servito tutto questo? E’ doloroso, persino, e terribilmente triste, pensare a come eravamo l’anno scorso… tornando indietro, lo rifaremmo. Ma dovevamo forse fare anche qualcos’altro?

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